Panorama di un anno che volge al termine

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Il 2025 sta per chiudersi, lasciando una scia di ricordi e di interrogativi. Molti gli eventi e altrettanto numerosi i ricordi.  Si tratta di un anno che si chiude come segnato da una riflessione silenziosa, dai ricordi che fioriscono come fiori spontanei sui luoghi dove le vite si sono intrecciate e, poi, dolorosamente si sono allontanate. E’ inevitabile, nel tracciare un bilancio, fare i conti anche con chi ci ha lasciato. 

C’è un momento, alla fine di ogni anno, in cui il tempo sembra rallentare. Le luci delle feste provano a coprire il silenzio, i calendari si riempiono di buoni propositi, ma sotto la superficie resta una domanda che ritorna puntuale: che cosa ci ha lasciato davvero quest’anno? Non solo successi o fallimenti, non solo obiettivi raggiunti o mancati. Ci ha lasciato soprattutto delle assenze. Fare un bilancio di fine anno significa anche avere il coraggio di guardare in faccia ciò che non c’è più. Le persone importanti che ci hanno lasciato in questi mesi non sono semplicemente “ricordi”: sono spazi vuoti che continuano a parlare.

La loro assenza non è silenziosa, è una presenza diversa, che si manifesta nei gesti automatici, nelle frasi che stavamo per dire, nei messaggi che non invieremo mai. C’è chi se n’è andato lentamente, lasciandoci il tempo di prepararci, e chi invece è scomparso all’improvviso, spezzando la continuità delle nostre giornate. In entrambi i casi, il mondo non si è fermato. Ed è forse questa una delle verità più difficili da accettare: la vita continua anche quando qualcuno che amavamo non può più farne parte. I giorni vanno avanti, le stagioni cambiano, e noi ci ritroviamo a dover imparare a vivere con una mancanza che non avevamo previsto.

Le persone importanti che abbiamo perso quest’anno non erano importanti solo per ciò che facevano, ma per ciò che erano per noi. Un nonno che sembrava eterno, un amico che conosceva tutte le nostre versioni, una figura di riferimento che dava stabilità alle nostre scelte. Con loro se ne va una parte della nostra storia, ma anche una parte della nostra identità. Perché siamo fatti anche delle relazioni che ci hanno costruito. Eppure, nel dolore, emerge una consapevolezza sottile: nessuno se ne va davvero del tutto.

Restano nei modi di dire che adottiamo senza accorgercene, nei valori che difendiamo, nelle decisioni che prendiamo proprio perché da loro abbiamo imparato qualcosa. Restano nelle risate che tornano improvvise, nei ricordi che fanno male ma scaldano allo stesso tempo. Restano, soprattutto, in ciò che siamo diventati grazie a loro. Un bilancio di fine anno non è solo una lista di perdite, ma anche un atto di riconoscenza. Riconoscere che quelle persone hanno lasciato un segno, che il loro passaggio ha avuto un senso.

Anche quando la fine sembra ingiusta, difficile da accettare, l’amore che hanno dato non si annulla. Cambia forma, ma non scompare. Quest’anno ci ha insegnato che il tempo è fragile. Che nulla è scontato. Che rimandare parole, gesti, abbracci ha un costo. Le persone che non ci sono più diventano, loro malgrado, una lezione silenziosa: dirci “ti voglio bene” adesso, esserci adesso, vivere con più verità adesso.

Non per paura, ma per presenza. Sul piano personale e familiare l’anno che si chiude ci lascia con la necessità di metabolizzare un’assenza pesante, a cercare di sublimare una scomparsa con una diversa presenza e con la necessità, come imperativo morale, di perpetrare la memoria e il ricordo di un uomo straordinario che tanto ha dato alla nostra comunità, Giuseppe Abbruzzo.

Massimo Conocchia

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