Vatti a fidare!

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Si n’ìesciu sarba ‘u’ buogliu vìdari cchiù festi allu cìelu!

È questa una delle tante espressioni che recitavano i nostri anziani.

Costoro, raggiunta una certa età, non parlavano, come erano soliti fare da giovani, ma lo facevano “cifratu”, diceva chi considerava su quei discorsi.

Il loro discorrere, cioè era costellato di detti, proverbi, apologhi ecc. Il tutto lasciava sottintendere tanto, che volutamente non si squadernava.

Quei discorsi, infatti, sembravano, specie per tanti, come i responsi delle sibille.

Qualcuno si chiedeva: – Cosa avrà voluto dire? A cosa si riferiva?… Di tutto quel discorso non ho capito il sott’inteso… -.

In questo, come in casi similari, per capire il sottinteso, bisognava riferirsi alla novellistica popolare che, per questo aspetto, sembra composta da un Fedro popolare.

A questo punto viene un dubbio: – E, se Fedro si fosse ispirato proprio al popolo che, nei suoi racconti, spesso componeva “favolette” con chiaro significato, senza, però, nominare il potente di turno che, diversamente, gliel’avrebbe fatta pagare?

Ora qual è la “rumanzella” (favoletta) e a chi si riferiva?

Eccola: Un corvo – volendosi vendicare della volpe che, da furba ben nota, gliene aveva fatte tante e poco piacevoli -, disse, in modo convincente che in cielo si sarebbe svolta una festa, che le poteva interessare.

In quella festa, le disse, vi sarebbero stati, come invitati, tanti galli e galline consorti. Non sarebbero mancate le pollastre di primo piumaggio, perciò tenere, ecc. ecc.

La volpe a sentire tanto sbavava, assaporando, in cuor suo, un lauto banchetto.

C’era, come in tante “rumanzelle”, un Ma, grande come una casa: – Sarei lieta di partecipare alla festa, ma – disse sconsolata la volpe -, ma, svolgendosi in cielo io, che non ho le ali, non potrò mai parteciparvi -.

Il corvo, che aveva previsto questa risposta, la tranquillizzò: – Non preoccuparti! Dato che sei così interessata ti porto io sulle mie possenti ali -.

La volpe fu contenta, per questa soluzione, perché non aveva previsto quanto le aveva preparato il corvo, anzi, a ben riflettere, non immaginava che tutto avesse un preciso scopo.

Il corvo fece salire la volpe sulle sue spalle – tutta contenta, per la gran mangiata che immaginava, e prese a volare, girando di qua e di là per trovare un posto, che facesse al suo scopo.

Cercava cioè un gran masso su cui scaricare la volpe, con le conseguenze, che ognuno può immaginare.

Finalmente vide un grosso masso, che faceva al suo disegno, e vi lasciò precipitare la volpe.

È immaginabile come si conciò. Ne uscì viva per miracolo da quella caduta, che riteneva accidentale.

Il corvo, come se lui non ne avesse colpa, chiese all’amica cosa ne pensasse di quella disavventura.

La risposta fu, appunto: – Mentre cadevo ho detto e lo ripeto: – Si n’ìesciu sarba ‘u’ buogliu vidari cchiù festi allu cìelu!

Ognuno tragga le sue conclusioni, cercando da sé i possibili, probabili riferimenti.

Vi ho raccontata la mia, come dicevano le anziane, nel presentarci i loro racconti, ora dite la vostra!

Il Fedro popolare, purtroppo, non ha avuto chi ne avesse raccolto e commentato adeguatamente le sue favole.

Giuseppe Abbruzzo

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