Il referendum sulla giustizia e gli umori di un Paese che non sa dove sta andando
Il prossimo referendum sulla giustizia sarà, verosimilmente, l’ennesima occasione per la Destra di dimostrare la sua supremazia e sancirà, al tempo stesso, una sfiducia profonda del cittadino verso la Giustizia, se possibile, più accentuata della sfiducia verso la politica. Il governo, forte di qualche sondaggio, ostenta sicurezza e la premier Giorgia Meloni si lancia in singolari dichiarazioni, nelle quali i giudici vengono definiti un ostacolo all’azione di governo. Sarebbe stato opportuno, a nostro modo di vedere, un intervento, sul tema, del garante della Costituzione, ossia il presidente della Repubblica.
Evidentemente le ultime vicende di tensione tra Palazzo Chigi e Quirinale, epifenomeno di due mondi paralleli, devono avere indotto il Presidente Mattarella ad evitare ulteriori tensioni. In un simile contesto, si sta rafforzando l’idea di un potere politico che mal tollera qualsiasi controllo e contrappeso.
Come già accaduto per altre battaglie, le opposizioni sembrano essersi ricompattate assieme a un pezzo importante della società civile e dei sindacati, tranne una parte del PD – la cosiddetta area DEM – che sta organizzando contromanifestazioni per il sì alla riforma, confermando l’impressione, ormai radicata nelle gente, di un partito ambivalente e ambiguo, che, per ciò stesso, fatica a riprendere quota. Il tema in discussione, però, va ben al di là delle scaramucce politiche, ponendo un problema essenziale per la tenuta di un sistema democratico, che vive, per sua natura di pesi e contrappesi. Ecco perché il prossimo referendum sulla giustizia ripropone un tema cruciale per ogni democrazia: l’equilibrio tra poteri dello Stato e, in particolare, il ruolo della magistratura come garante di diritti fondamentali e della legalità costituzionale.
Alcune delle proposte sottese al referendum, o comunque al clima politico che lo accompagna, destano, dal nostro personale punto di vista di cittadino, profonde preoccupazioni, in particolare quelle che mirano a ridurre l’autonomia dei giudici attraverso un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo e quelle che spingono verso la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. La Costituzione stessa ha scelto di collocare la magistratura come potere autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. L’indipendenza del giudice non tutela il magistrato in quanto tale ma il cittadino che si rivolge alla giustizia.
Ogni forma di subordinazione, diretta o indiretta, della magistratura all’esecutivo compromette questo equilibrio e introduce un elemento di potenziale condizionamento politico nell’esercizio della funzione giurisdizionale. Il giudice verrebbe trasformato in una specie di funzionario amministrativo, sensibile alle maggioranze di turno.
La storia europea vicina e lontana dimostra come, spesso, l’erosione dell’indipendenza giudiziaria sia uno dei primi segnali di regressione dello Stato di diritto. Analogamente la separazione delle carriere, a giudizio di eminenti esperti, rischia di trasformare il pubblico ministero in un organo di accusa politicamente orientabile, alterando l’equilibrio processuale e trasformando il processo penale in un terreno di scontro asimmetrico tra accusa e difesa. Nel sistema giudiziario italiano esiste sicuramente un problema di efficienza.
Tempi lunghi, disfunzioni organizzative e carenze strutturali minano la fiducia dei cittadini. Ma l’efficienza non si ottiene comprimendo l’autonomia dei giudici ma attraverso l’organizzazione, le risorse, la digitalizzazione, la semplificazione di riti e la responsabilità professionale, non attraverso la subordinazione dei giudici. Il rischio è che in questa consultazione referendaria si rischi di far pagare ai magistrati il prezzo di una di disfunzione organizzativa, strutturale e di risorse, di cui i magistrati, ben lungi dall’essere i responsabili, sono, in realtà le prime vittime.
Massimo Conocchia















