Le vocali ovvero la prima lezione di mio padre:  la visione del mondo di Padula

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In tre pagine bellissime di “Persone in Calabria”, Vincenzo Padula affida a uno spassoso siparietto con il padre una meravigliosa lezione di vita, che ci restituisce, al tempo stesso, la sua visione del mondo. Il giovane reagisce stizzito e stupito di fronte a una apparentemente banale domanda del genitore, tesa a sondare il suo “elevato” livello di preparazione.

Di fronte alla domanda: “sai dirmi quante siano le vocali?”, il giovane non rispose, prendendo la domanda come una provocazione. Di fronte al reiterare della domanda, si decise a rispondere, e qui scattò la seconda e più insidiosa: “come si fa che nell’alfabeto di ogni lingua l’A sia prima, e l’E sia dopo?”. Il giovane, tirando fuori la sua erudizione e sentendosi forte in grammatica, tentò di spiegare la cosa relandola al legame delle due vocali con i rispettivi ausiliari essere e avere, che, però, non soddisfò pienamente il genitore che, a quel punto, diede al figlio la sua spiegazione. La vocale “a” precede sempre la “e” perché chi “à” “è” e chi non “à” non “è”.

Da qui nasce una delle riflessioni più vere e più amare del testo : nel mondo chi ha è e chi non ha non è”. Come le consonanti mute senza vocali, anche gli uomini privi di mezzi, di istruzione, di riconoscimento sociale restano invisibili. Non hanno voce. Non vengono pronunciati dalla Storia. Padula con la semplicità del linguaggio familiare, denuncia una disuguaglianza strutturale: l’essere non è garantito a tutti allo stesso modo. Esistere, come parlare, richiede condizioni. Il padre di Padula lo sa, e per questo comincia dalle vocali.

Le vocali simboleggiano il dipanarsi dell’esistenza nella quale, in forza di quella precedenza citata , per esistere bisogna avere.  La lezione paterna diventa allora un atto di resistenza contro un mondo che nega la  parola a chi non possiede nulla. In Padula il linguaggio non è mai neutro. E’ un luogo di potere ma anche di riscatto. Chi resta muto, come una consonante isolata, rimane ai margini, non perché privo di valore ma perché privo di averi, quindi di voce.

La prima lezione di mio padre ci ricorda che l’alfabeto non è solo un insieme di segni: è una gerarchia, una soglia. Nel modo, come nella lingua, essere pronunciati equivale a essere riconosciuti. Chi ha la voce, è. Chi non ce l’ha rischia di non essere mai.

Massimo Conocchia

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