Riflessioni su un Paese a molte velocità, che arranca
Quando si parla di Italia, assai infrequentemente ci si riferisce a un Paese che cresce in maniera asimmetrica e distorta. Non ci riferiamo solo al classico e storico divario Nord – Sud. All’interno di aree più o meno vicine, esistono divari tra aree metropolitane sviluppate e periferie degradate, aree rurali abbandonate, trasporti e collegamenti in genere non omogenei, retribuzioni difformi tra sessi e categorie di lavoratori.
In definitiva, a ben guardare, non esiste un solo divario ma numerosi livelli di difformità che vanno al di là dello storico divario tra Nord Italia e Mezzogiorno, sulle cui cause ci potremmo dilungare molto. Ci limitiamo a dire che l’attuale stato di arretratezza del Sud è figlio di scelte politiche scellerate, di un assistenzialismo che per troppo tempo si è sostituito a vere e serie politiche e investimenti industriali.
C’era un ministro della pubblica istruzione meridionale che ad ogni campagna elettorale trovava il modo di sistemare bidelli. Ricordiamo nettamente, nei primi anni Novanta del secolo scorso, una lettera del direttore dell’archivio storico di una città calabrese che implorava i politici di non inviare altri impiegati nell’ufficio da lui diretto: erano già 40 e si limitavano a fare, in media, una fotocopia al giorno. Oltre a questo aspetto, ci sono state delle cause autoctone, come la tendenza a cullarsi in una condizione e adattarsi a uno stato di fatto cercando di sopravvivere, sfruttando come meglio si è potuto una tendenza a farsi assistere.
Se questo è certamente vero, altrettanto lo è la tendenza centrale e ridurre investimenti in infrastrutture e servizi nel Mezzogiorno, a cominciare da strade, autostrade, ferrovie e aeroporti, prerequisiti essenziali per un vero sviluppo. Basterebbe scorrere il numero di ospedali per 100.000 abitanti nel Sud e nel Nord per capire con quanto strabismo si è operato negli anni in cui si poteva e si doveva investire. La migrazione sanitaria è una naturale conseguenza di questi mancati investimenti.
La ex Germania dell’Ovest, dopo la riunificazione, ha investito per eliminare il divario con la ex DDR, ogni anno cifre esorbitanti (qualcuno li ha stimati in capitali paragonabili ogni anno al piano Marshall stanziato dagli USA a favore del nostro Paese dopo la seconda Guerra mondiale). Oggi, il divario tra le due Germanie non esiste più. L’artefice di quella unificazione, il cancelliere Koll, si è dimesso ed è scomparso dalla scena pubblica dopo la scoperta di un finanziamento illecito non personale ma al partito.
Tutto questo per dire che ci sono esempi a noi vicini di come una diversa gestione abbia prodotto risultati diversi. In Italia, dopo la presa d’atto di una classe politica corrotta e inadeguata, la scena è stata occupata da riciclati della vecchia repubblica e da loro sodali, che hanno avuto un unico obiettivo, riabilitare gradualmente quella vecchia classe dirigente, elevando qualcuno di loro al rango di martire e mettere in atto una serie di politiche atte, se non a delegittimare, sicuramente a controllare politicamente i magistrati, assoggettandoli al potere politico.
Il prossimo referendum sulla riforma della giustizia – che qualcuno, non a torto, ha definito il sogno di Silvio Berlusconi- metterà il suggello a questa tendenza, ridimensionando, di fatto, uno dei più importanti contrappesi al potere politico. Il risultato è un Paese che arretra, che investe nella formazione di giovani che poi non riesce a trattenere, mentre le disuguaglianze tra chi parte e chi sceglie di restare si accentuano.
L’Italia di oggi è un Paese attraversato da profonde disuguaglianze ma anche da enormi potenzialità non sfruttate. Affrontare i divari territoriali, attraverso politiche che incentivino in primis infrastrutture e servizi, non è solo una questione di giustizia, bensì una condizione necessaria per uno sviluppo sostenibile e inclusivo. Senza una riduzione delle fratture, il rischio è quello di un Paese sempre più frammentato, nel quale il futuro non dipende dal talento o dall’impegno ma dal codice di avviamento postale.
Massimo Conocchia














