Il folklore calabrese come cultura delle classi subalterne, in alternativa a quella dominante

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Il folklore calabrese è spesso rappresentato come un insieme di tradizioni pittoresche, residui di un passato contadino destinati a sopravvivere solo nelle rievocazioni turistiche o nelle feste folkloristiche.

Questa visione riduttiva rischia di oscurarne la natura più profonda. Nella prospettiva antropologica di Luigi Maria Lombardi Satriani, uno dei maggiori studiosi della cultura popolare italiana, il folklore non è un semplice deposito di usanze arcaiche, ma una forma viva di espressione delle classi subalterne, capace di veicolare conflitto, resistenza e critica dell’ordine sociale dominante.

Il popolo, i contadini, i sottomessi, esclusi dalla cultura ufficiale, elaborano, attraverso il folklore una loro cultura e una loro visione del mondo in antitesi con quella delle classi dominanti. In quest’ottica, il folklore è visto-siamo nei primi anni 70, subito dopo le forme di contestazione del 68’ quando Satriani elabora questa sua visione del folklore- come una forma di contestazione rispetto alla cultura e alla visione ufficiale del mondo da parte della classe dominanti.

Questa concezione ha portato ad una rivalutazione del folklore, riesaminando in chiave critica le numerose forme attraverso cui questo tipo di cultura si è espressa nelle varie realtà calabresi.

Un altro grande studioso di tradizioni popolare, Giuseppe Abbruzzo, ha contribuito non poco ad una rivalutazione delle nostre usanze, attraverso una serie di pubblicazioni sia in volumi sia in articoli pubblicati nel suo periodico “Confronto”.

Ricordiamo, tra gli altri, un volume su “U’ misi ‘e Natali” nella tradizione popolare del cosentino“, uno sugli indovinelli, uno sui giochi che il popolo inventava “a chi juocu jocàmu”, uno sulla medicina popolare in Calabria (scritto a quattro mani con il sottoscritto), oltre a svariati articoli pubblicati su riviste varie.

Nel folklore calabrese si possono trovare le tracce di varie culture e varie etnie che hanno attraversato la nostra terra, traduzioni popolari “altre” come quella Arbereshe o le impronte impresse dalla cultura Grecanica del reggino, tradizioni normanne, spagnole, bizantine, coesistono in un mix armonioso, attraverso il quale il popolo esprimeva non solo il suo sentire ma anche una forma “diversa e alternativa” rispetto alla cultura dominante, che del folklore esprimeva non a caso una visione sprezzante, relegandola al rango di sottocultura.

Uno degli aspetti centrali messi in luce da Lombardi Satriani è il carattere contestativo e sovversivo del folklore. La contestazione non avviene quasi mai in forma diretta o apertamente politica, ma attraverso il simbolo, l’ironia, il rovesciamento rituale.

Nel folklore calabrese, come in molte culture popolari, l’ordine sociale viene temporaneamente capovolto: il debole può deridere il potente, il sacro può mescolarsi al profano, le regole vengono sospese. Giuseppe Abbruzzo, condividendo la visione di Satriani, di cui era amico personale, ha dato al folklore anche il significato di memoria collettiva, spesso tramandata oralmente, il cui patrimonio ha cercato di raccogliere e diffondere.

Basta pensare a tutti i testi delle canzoni dei “Cantannu cuntu”, frutto unicamente delle sue ricerche. Nella visione di Satriani, si possono trovare, filtrati e rielaborati criticamente, anche tracce del pensiero gramsciano e di un altro grande antropologo, Ernesto De Martino.

Il folklore diventa, in estrema sintesi, una forma di resistenza culturale. Anche quando non produce cambiamenti immediati sul piano politico, esso preserva una visione del mondo alternativa, impedendo una totale assimilazione ai valori dominanti. il folklore calabrese appare non come una semplice eredità del passato, ma come una forma viva di produzione culturale delle classi subalterne. Attraverso simboli, riti e narrazioni, esso esprime conflitto, memoria e contestazione, offrendo una lettura alternativa della realtà sociale. Comprendere il folklore in questa prospettiva significa riconoscerne la dignità culturale e politica, e cogliere nel “popolare” non un residuo arcaico, ma una chiave critica per interpretare il presente.

Massimo Conocchia

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