La destra mondiale e la legge del più forte
Non vi è dubbio che, a ogni latitudine, sembra oggi prevalere una svolta a destra dei consensi e, conseguentemente, dei governi. Nulla di male, ovviamente, fino a quando questo è espressione della volontà degli elettori e, soprattutto, nel momento in cui si rispettano i principi basilari del diritto internazionale.
Ciò a cui stiamo assistendo, in realtà, è una svolta autocratica e, non infrequentemente, autoritaria, nella quale chi governa non sopporta alcun controllo e soprattutto, agisce in base alla propria forza, invadendo, violando la libertà degli altri. Per anni ci hanno raccontato la favoletta del cattivo di Putin che ha invaso uno Stato sovrano e della necessità di difendere uno Paese aggredito.
Da mesi assistiamo a un atteggiamento aggressivo degli USA, che, con l’attuale amministrazione, hanno iniziato con la pretesa di annettere il Canada quale 52° Stato, poi la Groenlandia, “perché ci serve”. La deriva autoritaria ha conosciuto un deciso balzo in avanti, nel momento in cui, con una vera e propria invasione, si è rapito il Presidente venezuelano Maduro, per imporre un governo fantoccio e ubbidiente in quel Paese.
In Medio Oriente la follia ha assunto un’ulteriore e più grave connotazione, nel momento in cui si pretende di trasformare Gaza in un “resort a 5 stelle”, cacciando i palestinesi. Tutte le operazioni verso popolazione civile a Gaza da parte di Netanyau hanno avuto il beneplacito degli Stati Uniti. L’invasione dell’Iran, con le stesse motivazioni architettate vent’anni fa per l’Iraq, è stata, poi, il suggello su una politica autoritaria, che invade, in barba ad ogni diritto, uno Stato sovrano, provocando morte e distruzione, soprattutto tra civili inermi.
Non rimpiangiamo la morte di dittatori ma la cosiddetta “democrazia” non può essere esportata con le bombe. Un contesto internazionale particolare fa sì che chi oggi aggredisce non abbia antagonisti forti, sia perché impegnati in altri fronti, sia perché vige, verosimilmente, un accordo di spartizione, in base al quale gli Stati Uniti non entrano a gamba tesa sulle mire russe per l’Ucraina e su quelle cinesi per Taiwan in cambio di una reciproca non interferenza. In questa paradossale situazione, ciò che appare in primo piano è l’assordante silenzio di tutti quei paladini, tra cui spiccano il nostro governo e l’UE, che facevano la voce grossa quando c’era da difendere l’Ucraina e tacciono di fronte ai crimini a Gaza o di fronte alle invasioni americane in Venezuela e Iran.
La storia dell’ultimo Novecento e dei primi del nuovo millennio dovrebbe avere insegnato agli americani che la “democrazia” non si esporta né si impone e che gestire con la forza un Paese significa alimentare una polveriera: si pensi alla Libia del dopo Gheddafi, all’Afganistan, all’Iraq.
Insomma, la deriva autoritaria del mondo sembra coincidere con un suo spostamento a destra e gli unici Paesi che coraggiosamente si oppongono a questo stato di cose sono quelli nei quali governano forze alternative, come la Spagna, ad esempio.
E l’Italia in questo contesto? Sta giocando un ruolo di vergognosa sudditanza verso un cosiddetto alleato che non ci considera, al punto tale da non sentire il bisogno di condividere l’intenzione di un attacco imminente.
La vicenda del nostro ministro della difesa che si trovava inconsapevolmente in mezzo al focolaio di guerra perché ignaro di ciò che stava accadendo o del suo collega degli esteri, che, in un’intervista, balbettava di fronte alle domande dei giornalisti circa la vicenda Crosetto, restituiscono la dimensione di un Paese assolutamente ignorato e servile, che si appresta fornire le basi agli Usa nell’operazione in Iran, “solo per supporto logistico”, esponendo, con questa condotta, il nostro Paese a rischi enormi per non scontentare lo zio Sam.
Il problema non è oggi chi governa, ma l’immagine che stiamo dando dell’Italia. Il silenzio del nostro governo sulle vicende recenti diventa assordante imbarazzo sul piano internazionale. Il silenzio non è mai una risposta, implicando un’ambiguità che comporta, in primis, il rischio di essere interpretata come condivisione, quindi complicità.
In una visione politica autarchica nella quale il potere politico basta a se stesso e non tollera controlli, ingerenze e contrappesi, le recenti vicende internazionali rischiano di trascinarci verso una deriva che mia avremmo immaginato, neanche nel peggiore dei nostri scenari. La democrazia vive di controlli, di diritti, di rispetto: quando questi principi vengono violati o mal tollerati diventa un’altra cosa.
Massimo Conocchia














