Urge interrogarsi come adulti e come genitori

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Il recente episodio di cronaca del bergamasco, relativo al 13enne che ha accoltellato l’insegnante di Francese, rea di averlo ripreso davanti a tutti, merita un’attenta analisi. Si tratta di un evento che travalica i tradizionali confini della cronaca e investe i rapporti tra adulti e adolescenti, che siano genitori o insegnanti.

L’adolescenza è un’età difficile, ci si sente spesso in guerra col mondo, si è arrabbiati e intransigenti. E tuttavia, ciò che è successo in quella scuola va al di là della rabbia fisiologica e tradisce un disagio che è ben più profondo. La nostra generazione – i boomers  o giù di lì – è stata un pessimo testimone.

Ciò che lasceremo ai nostri figli è un mondo ben peggiore di quello che abbiamo a nostra volta ereditato: siamo stati capaci di deturpare ambiente e risorse a man bassa, come se non ci fosse un domani, caricando il futuro dei nostri figli di pesi e incognite notevoli. A tutto questo si aggiunge la nostra scarsa capacità di educare e di ascoltare i nostri figli, sempre più isolati nella loro realtà virtuale da avere perso, spesso, il contatto col mondo reale e con le difficoltà che questo contatto comporta.

Di fronte a gesti così estremi, la tentazione è quella di isolare il gesto, di etichettarlo come un’anomalia, il frutto di una mente disturbata o di una situazione familiare “diversa” dalla nostra. Questo atteggiamento ci rassicura perché crea distanza. Ma forse è proprio questa distanza il primo errore, perché i nostri figli non crescono nel ma dentro un clima culturale, educativo ed emotivo che ci riguarda tutti.

Spesso vuoto, come genitori,  siamo portati a confondere l’amore con l’assenza di conflitto. Abbiamo avuto paura di dire “no”, di imporre limiti, di sostenere le frustrazioni dei nostri figli. Di fronte alle loro debolezze, ai loro insuccessi siamo stati prontissimi, non a sostenerli, ma a giustificarli sempre e comunque attribuendo le “colpe” dei loro limiti agli altri. Crescere, però, dovrebbe significare imparare a gestire la rabbia, accettare un rifiuto, un brutto voto, accettare di essere ripresi di fronte ad atteggiamenti e reazioni abnormi.

Se di fronte ad ogni problema arriva il difensore d’ufficio che copre e giustifica tutto, quando questo puntello viene meno, ci si ritrova da soli a gestire problemi cui non siamo abituali, col rischio di non riuscire a dominarli  con il giusto atteggiamento. Se ci assolvessimo come genitori, come famiglia renderemmo un pessimo servizio ai nostri figli, le cui fragilità spesso rischino di divorarli.

Essere genitori oggi comporta uno sforzo aggiuntivo rispetto al passato, lo impone il diverso contesto in cui i nostri figli crescono e diventano adulti. Un buon segnale è venuto dalla professoressa ferita che, dal letto dell’ospedale, si è preoccupata di mandare un messaggio a chi l’ha insensatamente aggredita, denso di preoccupazione e insieme di speranza. Grazie Prof per questa lezione di vita.

Massimo Conocchia

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