Con la prima tappa a Vaccarizzo Albanese parte il Grand Tour letterario del giornalista / scrittore Gennaro De Cicco

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Parte il Grand Tour letterario d’Arbëria, ideato e promosso del prof. Gennaro De Cicco, già vicepreside dell’Istituto “Giambattista Falcone di Acri.

Nella sua prima tappa a Vaccarizzo Albanese,sarà presentato il suo ultimo lavoro editoriale: Tra vecchia e nuova Arbëria, Apollo edizioni. L’appuntamento è per il 3 maggio, alle ore 18.00, presso la Chiesa/Museo del Rosario.

Seguiranno altri incontri nelle seguenti località: Civita, Frascineto, Santa Sofia d’ Epiro, San Demetrio Corone, Spezzano Albanese, San Giorgio Albanese, Mongrassano, Acri (non arbëresh). 

A Vaccarizzo A. il programma prevede i saluti istituzionali del Sindaco Antonio Pomillo edell’Assessore Francesco Godino; la relazione  del Presidente della Federazione Associazioni Arbëreshe, Damiano Guagliardi; gli interventi di Papàs Elia Hagi e del Presidente dei Probiviri Francesco Perri. All’incontro saranno presenti l’autore e l’editore del libro, Antonietta Meringola.

Nella prefazione del volume dal titolo “Dalla Memoria alla Storia”, Damiano Guagliardi precisa che “l’autore con questa pubblicazione ci consegna una raccolta di scritti prodotti in occasioni diverse. 

Questo testo possiede un gene diverso dai soliti che ispirano la pubblicazione di un libro e può diventare un’opera importante per il futuro della storiografia arbëreshe, se si ha la lucidità critica di collocarlo nel contesto storico in cui viene scritto.

Un testo, in cui anche le immagini diventano fonte di documentazione storica, se solo si riflette un attimo sulla velocità odierna della comunicazione digitale, per effetto della quale tutto ciò che produce l’intelligenza del pensante viene consumato nel veloce scorrere di due o tre giorni.

Il testo ci offre una lunga sfilza di articoli variegati degli studi letterari e storici degli Italo-Albanesi, soprattutto in S. Demetrio Corone, che rivelano i suoi faticosi e mai interrotti studi della materia e la profonda conoscenza della produzione bibliografica albanologica.

Il libro è vivace, soprattutto, nella lettura degli scritti che spaziano dai temi storici e letterari alla cronaca delle attività come quelle realizzate dalla FAA a Tirana e Prishtina ed ha il merito di essere una intelligente operazione filologica che ha fatto risorgere dalle cenere dell’oblio personalità letterarie e storiche, in gran parte autori sandemetresi quasi del tutto trascurati se non proprio dimenticati dalle cosiddette centrali del sapere. 

In questo modo Gennaro ha spazzolato con una resistente scopa di erica la spessa coltre di cenere che copriva le nostre conoscenze, ormai distratte e confuse dalla ripetitiva mediocrità, per ridare giusta visibilità ad importanti uomini di studio. In primo luogo, ha il merito di aver ricordato all’intera Arberia, non solo a Shën Mitri, l’esistenza di due illustri scrittori sandemetresi. Due studiosi autorevoli riconosciuti negli ambienti letterari e filologici nazionali. 

L’articolo su Michele Marchianò, e dei suoi studi su Girolamo De Rada, è un dono alla memoria storica del letterato nativo di Macchia, che si trasferì a Foggia prima come insegnante e dopo come preside di Liceo, e fu tra i primi, se non il primo, insieme a Vittorio Gualtieri, a far conoscere al mondo letterario nazionale il poeta di Macchia, padre della lingua e letteratura albanese.

Lo stesso ha fatto scrivendo su Giuseppe Gradilone, primo docente di albanese nella appena nata Università della Calabria, figura complessa di concittadino sandemetrese, ma personalità emerita di filologo e critico letterario, fra l’altro discepolo di Paratore e profondo studioso di De Rada, Serembe, Schirò, Salvatore Braile e della sorella Mariantonia.

A Gennaro va rivolto un ringraziamento per la riscoperta di questi due grandi studiosi di letteratura arbëreshe. Ci ha, praticamente, invitato a ripensare, con attenta criticità, alle radici della nostra genesi letteraria. 

Un’altra intuizione di vero studioso arbëresh sono le recensioni sui testi di Raymund Nezhammaer, Charles Didier e Kazimeria Alberti, viaggiatori europei che, nell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, hanno visitato le nostre comunità, scrivendo di noi attraverso lenti differenti, che principiavano a interpretarci attraverso una nuova e diversa lettura socio-antropologica. Ha scelto solo tre autori di una lunga schiera di viaggiatori che hanno visitato appositamente i nostri katund, in particolare S. Demetrio Corone, e che sarebbe bene rileggere, per capire l’interesse che suscitavano le comunità arbëreshe in questi studiosi, che attraversavano le nostre contrade. 

Attenta è anche l’attenzione agli scritti del professore Domenico Cassiano, i quali segnalano la perdurante distrazione dei sandemetresi verso importanti personalità attive, che hanno segnato la vita della nostra comunità. Francesco Capalbo, Francesco Gencarelli e la figlia Giustina, madre del senatore e sindaco Cesare Marini, Angelo Corrado, avvocato comunista mandato al confino dal regime fascista, il quale operò nel territorio circostante ed organizzò il Partito comunista, prima nella clandestinità e dopo negli anni della ricostruzione del dopo guerra. Per non tacere di padre Giuseppe Faraco. 

Tutte personalità cadute nel dimenticatoio degli studiosi ufficiali.

Molto importante è anche il capitolo che ci presenta lo scritto di Anselmo Lorecchiosull’indirizzo pedagogico del Collegio Sant’Adriano.

Lorecchio anticipava una azione moderna e coerente con il nuovo secolo, nel cui primo ventennio tutto sarebbe cambiato rispetto al Collegio Sant’Adriano.

Lo sguardo ai titoli presenti nel testo regala la vera dimensione dello scrittore e osservatore Gennaro De Cicco, che ha la capacità letteraria di storicizzare la sua partecipazione ad eventi che prima ci presenta come cronaca di un incontro culturale e, subito dopo, in una narrazione che assume i contorni del documento che aiuterà a scrivere il percorso storico della realtà arbereshein generale e quello sandemetrese più specifico.

Con questi articoli l’amico autore mostra il suo profondo legame con la comunità sandemetrese, dentro la quale ha operato in profondità stando insieme tra la gente e con essa ha collaborato. 

Dei suoi interessi culturali, sociali e politici bisogna avere grande rispetto. Egli si è dedicato allo sport con grande passione giovanile, praticando il calcio e poi insegnandolo come allenatore a più generazioni, fra l’altro, ottenendo vittorie e successi. Grande impegno ha riservato alla Radio Skanderbeg nei suoi migliori anni giovanili, provando la gioia di comunicare attraverso gli input di una antenna e, forse senza rendersi conto, ha fatto la formica raccogliendo lentamente, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, un consistente patrimonio fonico della nostra cultura orale, poetica e canora che rischiava di andare disperso.

Sì, per decenni nei suoi vari impegni socioculturali, il nostro amico autore non è mai stato una stridula cicala, che ha cantato nella bella stagione, o si è autoglorificato vanamente, per rimanere senza il nulla in mano. Non è stato una cicala ingorda e vanagloriosa. Ha operato minuziosamente, saputo lavorare collegialmente e rispettoso del gruppo di persone che lo affiancavano, avendo sempre cura di non disperdere nulla del suo lungo impegno scolastico, sociale, culturale e sportivo esercitato sempre gratuitamente, senza miseri tornaconti personali.

Questo suo carattere passionale e generoso l’ha dimostrato, nei quarant’anni di legame con il Festival della Canzone Arbëreshe, di cui è stato presentatore fino a qualche anno fa, e del cui Comitato promotore è ancora componente. Pensare che lui sia stato solo il presentatore della serata della gara, ormai affermata manifestazione canora-musicale, sarebbe un torto non solo alla sua intelligenza, ma a tutta la collettività canoro-musicale arbëreshe. Gennaro ha avuto, ed ha, nel sangue la manifestazione che si tiene in agosto, ma nelle sue vene scorre il sangue di tutto l’ambiente che ruota attorno alla musica e al canto arbëresh. Lui mantiene legami con l’intero popolo dello spettacolo che parla albanese, mostrando un bagaglio di competenze di primo livello nella materia. 

L’opera è una preziosità perché consegna, a chi vuole conoscere cosa succede nell’Arberia, uno scrigno aperto, ricolmo di notizie delle attività”.

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