Quanta grazia!
La questione della grazia concessa dal Presidente della repubblica a Nicole Minetti ha tenuto banco nelle ultime settimane, dopo che “Il Fatto Quotidiano” aveva sollevato il problema di un provvedimento, peraltro del febbraio scorso e, contrariamente alla prassi, non diffuso.
La questione ha diviso l’opinione pubblica tra favorevoli e contrari, ricalcando, sostanzialmente la diverse posizioni politiche. Vorremmo, qui, sgombrando il campo da qualsiasi contrapposizione o preconcetto, eccepire l’originalità di un provvedimento che, agli occhi del cittadino comune, appare, per lo meno singolare.
La percentuale di richieste di grazia accolte dal Presidente della Repubblica non supera il 2%. Ci chiediamo, pertanto, se, nel restante 98% che resta, non ci fossero stati casi più meritevoli. E questo è sicuramente un punto su cui sarà difficile avere risposte. Analogamente, però, restano sul campo altri interrogativi: come mai il provvedimento non è stato reso pubblico e perché gli accertamenti all’estero sono partite – parrebbe – solo dopo il polverone sollevato da Il Fatto Quotidiano? Abbiamo assistito, poi, a un gioco tutto italiano di scarica barile tra le varie componenti coinvolte.
Ad oggi, al netto delle future risultanze sugli accertamenti della Procura circa la regolarità dell’adozione, resta la domanda più pressante: perché la grazia a un personaggio che ha rappresentato per anni un mondo, quello del berlusconismo rampante, lontano anni luce dalla nostra idea di politica e di ciò che dovrebbe incarnare chi rappresenta le Istituzioni? Concedendo quella grazia e come se si volesse cancellare o in qualche modo mostrare indulgenza, in nome di un ravvedimento non ancora del tutto chiarito, verso un mondo che dovrebbe, invece, a nostro modo di vedere, essere stigmatizzato come esempio opposto e negativo. Altra domanda che circola da qualche settimana: se si fosse trattato di una comune cittadina, che non avesse avuto legami pregressi così importanti, sarebbe stato concesso l’atto di indulgenza con la stessa facilità?
Siamo ben consci che un provvedimento come la grazia riconosce più fasi e diversi attori e, tuttavia, ci riesce difficile riconoscere in alcuno il ruolo di mero e passivo esecutore. In estrema sintesi, ciò che adesso importa non è tanto l’eventuale revoca del provvedimento, quanto capire se le procedure sono state tutte corrette e improntate a una assoluta terzietà e imparzialità.
Trattasi di esercizio puramente accademico e destinato a rimanere irrisolto. Ma il dubbio resta e con esso il timore di non avere ancora definitivamente fatto i conti con un recente passato da cui, a parole, diciamo di avere preso le distanze.
Sul piano più pertinente al provvedimento in sé, riteniamo la grazia lo strumento più alto e delicato dello Stato: dovrebbe rappresentare un gesto di umanità verso chi ha pagato davvero un prezzo, verso chi ha mostrato pentimento, fragilità o una concreta possibilità di riscatto . Per questo, quando viene concessa a figure già forti di visibilità, relazioni e conoscenze, peraltro condannate a scontare la pena ai servizi sociali, resta inevitabile una domanda amara, che riproponiamo in chiusura: quanti cittadini meno noti, meno influenti ma forse più meritevoli, continueranno a scontare in silenzio il peso delle proprie condanne senza mai ottenere la stessa attenzione?
Massimo Conocchia
















