Le carceri di Vittorio Emanuele erano negazione di Dio?
Abbiamo riportato più volte che la storia o meglio la storiella la scrivono i vincitori, ma sarebbe giusto evidenziare come le promesse della vigilia svaniscono alla festa.
Si ricorderà che le carceri borboniche furono definite “negazione di Dio”. Gladston, poi, rimangiò quanto scritto, evidenziando che lui non aveva mai visitato quelle carceri e che era stato spinto a scrivere in quei termini.
Ovviamente, come la storiella riporta, tutto mutò con l’avvento dei Savoia.
Noi, che non ci contentiamo dei “testi ufficiali”, cerchiamo di sapere come stavano realmente le cose.
Una notizia del 1861 ci fa sapere che nulla era cambiato. La ferocia contro i poveri carcerati non era migliore rispetto al precedente citato.
Cediamo la penna, si fa per dire, a un giornalista di quell’anno, fra gli “atti d’arbitrio tirannesco”: “va ricordato l’arresto, e la carcerazione per 40 giorni, di mons. Maresca”.
Questi era Vicario del “Cardinale Arcivescovo”. Egli fu rinchiuso “con altri cinque sacerdoti in una cameretta del Castel Nuovo (ndr in Napoli), con una finestrella, che serviva, anziché a dar luce ed aria, a gittavi dentro l’insopportabile fetore del fradiciume della dispensa del forte”.
Il prelato non resse alla pena cui era sottoposto e si ammalò.
Ed ecco la pietà del nuovo governo: “Vedutolo sugli estremi, il Cialdini lo fece scarcerare. Ma se egli era colpevole, questa fu pietà inopportuna; se era innocente, come giustificare sì barbaro trattamento? A questo gli oppressori non pensano”.
Purtroppo l’“apparenza di umanità”, come la definisce l’articolista, “fu tarda” e mons. Maresca, “dopo 40 giorni di sofferenza” se ne andò al creatore.
La sofferenza fisica, forse non bastava. E, al moribondo “furono poste sotto sequestro tutte le rendite della Mensa arcivescovile, e intimato ai debitori che non dovessero d’ora innanzi pagare ad altri che alla Cassa Ecclesiastica, cioè ai vampiri del Governo”.
Il giornalista, a questo punto, sente il bisogno di fare la seguente precisazione: “A Napoli sapeasi da tutti che l’E.mo Arcivescovo nulla togliea per sé delle rendite della Mensa, ma tutte, fino all’ultimo obolo, le spendea in opere di beneficenza e pel decoro dei sacri templi”.
Facciamo punto e omettiamo il resto.
La storiella che s’insegna nelle scuole, anche dopo la caduta dei Savoia queste cose continua ad ometterle. Perché?
Ci sarà un perché.
Cercatelo voi, amabili Lettori, come scrivevano i giornalisti di quei tempi.
Giuseppe Abbruzzo














