Laureati in Italia

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Il recente Rapporto AlmaLaurea si basa sulle indagini annuali condotte sui laureati degli atenei italiani, circa settanta istituzioni, e dal 2025 include anche i laureati degli atenei telematici, pari al 6,4% del totale. Questi ultimi presentano profili mediamente diversi, con una maggiore incidenza di studenti lavoratori e un’età più elevata.

Si tratta della ventottesima sui percorsi di laurea che offre un quadro aggiornato del sistema universitario italiano, analizzando percorsi formativi, condizioni di studio, riuscita accademica, valutazioni degli studenti e prospettive dopo la laurea. Il quadro generale si inserisce in un contesto nazionale che presenta ancora criticità strutturali. Il livello di istruzione terziaria in Italia resta inferiore alla media europea, la quota di giovani che non studiano e non lavorano è ancora elevata e gli investimenti nel sistema universitario risultano contenuti.

Nonostante una recente ripresa delle immatricolazioni, il sistema deve confrontarsi con il calo demografico, le difficoltà economiche delle famiglie e un diritto allo studio non ancora pienamente efficace. Si evidenzia come le disuguaglianze sociali continuino a influenzare l’accesso e il successo negli studi universitari. Gli studenti provengono più spesso da famiglie con livelli di istruzione medio-alti rispetto alla popolazione generale e la presenza di almeno un genitore laureato è in crescita. Questo vantaggio è particolarmente evidente nei percorsi più lunghi e selettivi come le lauree magistrali a ciclo unico. Anche la condizione socio-economica familiare incide fortemente

Chi proviene da contesti più favoriti tende ad accedere più facilmente all’università, a completare i percorsi con maggiore regolarità e a proseguire più spesso gli studi, mentre gli studenti provenienti da famiglie meno abbienti incontrano maggiori ostacoli lungo il percorso. Un altro elemento rilevante riguarda le differenze di genere. Le donne continuano a rappresentare la maggioranza dei laureati, ma la loro distribuzione tra le discipline resta sbilanciata. Sono prevalenti nei percorsi umanistici, educativi, linguistici, psicologici e sanitari, mentre risultano ancora sottorappresentate nelle discipline STEM, soprattutto in informatica e ingegneria. Questa segmentazione riflette la persistenza di fattori culturali e stereotipi che influenzano le scelte formative.

Si conferma la mobilità geografica degli studenti, sia all’interno del Paese sia verso l’estero. Sempre più laureati si spostano rispetto alla regione di origine ma le condizioni socio-economiche contano: gli studenti provenienti da contesti meno favoriti tendono a studiare più vicino a casa per ragioni economiche. Parallelamente cresce la presenza di studenti stranieri, segno di una progressiva internazionalizzazione del sistema universitario italiano, soprattutto nei settori scientifici e tecnologici. Dal punto di vista del background scolastico, prevalgono nettamente i diplomati dei licei, che rappresentano il principale canale di accesso all’università. Si osserva però una graduale crescita dei diplomati tecnici e professionali, anche grazie all’espansione di corsi universitari con forte orientamento professionalizzante.

Le differenze tra ambiti disciplinari restano marcate: le aree umanistiche, psicologiche e mediche attraggono soprattutto studenti liceali, mentre i settori tecnologici e agrari vedono una maggiore presenza di diplomati tecnici. Il restituisce l’immagine di un’università italiana in evoluzione ma ancora segnata da disuguaglianze sociali, territoriali e di genere che continuano a influenzare i percorsi formativi e le opportunità future. Sul piano delle prospettive lavorative, una quota significativa dei laureati si dichiara disponibile a lavorare all’estero, anche se in lieve calo rispetto al passato. Accanto a questa apertura alla mobilità internazionale, una parte non trascurabile si dice disposta a trasferirsi anche in altri continenti.

Tra le priorità lavorative emergono alcuni elementi centrali. Al primo posto si colloca l’acquisizione di competenze e professionalità, seguita dalla stabilità del posto di lavoro e dal livello della retribuzione. Molto rilevanti sono anche le opportunità di carriera, l’autonomia nello svolgimento delle mansioni, la possibilità di continuare a formarsi nel tempo e l’uso delle competenze acquisite durante il percorso universitario. Negli ultimi anni cresce l’attenzione verso la qualità del lavoro. Aumenta il peso attribuito alla flessibilità degli orari, al lavoro da remoto e all’equilibrio tra vita professionale e vita privata. Crescono anche l’importanza della stabilità occupazionale e della retribuzione, mentre resta stabile il valore attribuito alla crescita professionale e alla formazione continua.

Per quanto riguarda la coerenza tra studi e lavoro, prevale un approccio pragmatico. Una parte dei laureati accetterebbe qualsiasi occupazione anche non coerente con il percorso di studi, ma la maggioranza lo considererebbe solo come soluzione temporanea. Solo una minoranza rifiuterebbe lavori non in linea con la propria formazione. Sul piano delle aspettative salariali, la maggior parte dei laureati si dichiara disponibile ad accettare un salario minimo netto mensile di almeno millecinquecento euro per un lavoro a tempo pieno.

Questa soglia è più frequente tra gli uomini ed è in forte crescita rispetto al passato, segnalando un cambiamento nelle aspettative economiche delle nuove generazioni. Nel complesso emerge il profilo di una generazione di laureati più consapevole del valore del proprio titolo di studio, attenta sia alle condizioni economiche sia alla qualità del lavoro e sempre più orientata a modelli occupazionali flessibili e con possibili aperture internazionali.

Qui si può vedere il rapporto completo: https://www.almalaurea.it/

Assunta Viteritti

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