Un incontro di 35 anni fa…
All’epoca dei fatti avrà avuto una sessantina d’anni. Ne dimostrava circa venti in più. Entrando in casa si veniva invasi da una cappa di fumo che gli spifferi delle finestre non riuscivano a stemperare. Fumo e abuso di alcol lo avrebbero da lì a poco consumato definitivamente, stroncando in una gelida notte di gennaio un’esistenza vissuta sempre fuori dagli schemi.
Apparteneva a un ramo di una famiglia notabile, grazie ai cui proventi aveva potuto studiare Lettere e Filosofia, completando gli esami senza mai sostenere l’esame di Laurea. Alle nostre ripetute richieste di spiegazioni, rispondeva abbozzando un sorriso malizioso. “Il titolo mi avrebbe imposto di lavorare, se timbri un cartellino diventi uno schiavo del sistema e io non avevo voglia di piegarmi a tutto questo”.
Così trascorse l’intera esistenza tra libri, riviste. Era, tra l’altro, un grande appassionato di cinema e disponeva di una cineteca di tutto rispetto. La bronchite cronica e uno scompenso lo costringevano per lunghi periodi a letto e questo ha fatto sì che il nostro rapporto si intensificasse. Io prestavo la mia opera di giovane professionista e lui, in cambio, mi ripagava con lunghe e appassionate discussioni sui temi più vari, con un unico comune denominatore: il sistema rende l’uomo schiavo, del lavoro, della famiglia, degli obblighi, in una parola di ciò che chi comanda ritiene essenziale per mantenersi.
Chi non è funzionale a questo schema diviene un ectoplasma, specie se, con le sue parole e il suo esempio, fomenta la ribellione a quel sistema, fornendo, tra l’altro, un paradigma vivente che un altro modo di vivere è possibile. “L’umanità – ci spiegava – è divisa in due grandi gruppi, quelli che ritengono che la maggioranza degli uomini siano schiavi perché non dispongono dei mezzi di produzione e quelli – i cosiddetti neoliberisti – che ritengono che la massa degli uomini siano schiavi perché incapaci di appropriarsi dei mezzi di produzione.
Inutile arrovellarsi, il risultato non cambia, se ti adegui al sistema ne diventi schiavo e lo alimenti. La rivoluzione è un’idea velleitaria che, per realizzarsi, presuppone la fame. E’ un modo di pancia e non di cervello. Non a caso, chi governa si guarda bene dall’affamare, gli è sufficiente mantenere la gente in una costante condizione di bisogno, per il cui soddisfacimento si deve necessariamente diventare schiavi”.
D’altra parte – pensavamo tra noi mentre lui parlava – le stesse rivoluzioni, dopo una fase iniziale di pulizia, hanno tutte conosciuto una fase di normalizzazione in nome della quale egalitarismo e giustizia sono state sacrificate. Alla nostra obiezione circa la necessità di cambiare dall’interno il sistema cercando e catalizzando il consenso dei più, sorrideva di gusto. “Il sistema ha i suoi anticorpi tramite i quali neutralizza il dissenso ordinato e pacifico, assorbendolo”.
Ripensando a ciò che sarebbe successo nei decenni successivi in Italia, le parole di quell’uomo non comune, appaiono di un crudo realismo. Da lì a poco ci sarebbe stata la crisi del sistema politico italiano, spazzato via in buona parte dalla corruzione e dal marciume diffuso. I sodali e i discepoli di quel vecchio ordine hanno trovato il modo di riorganizzarsi per perpetrare quel mondo marcio, cambiandone la forma ma confermandolo non solo nella sostanza ma in molti casi riciclando parte di quella realtà che, a parole, dicevano di voler cambiare.
A distanza di quasi quarant’anni ci ritroviamo i discendenti dei protagonisti di quel rinnovamento mancato, mentre alcuni dei più discussi uomini della prima repubblica vengono oggi osannati come martiri. Nulla di nuovo sotto il sole, o forse sì. Ieri, per lo meno, “gli schiavi” si indignavano e protestavano, oggi sono sempre più apatici. C’è voluto il tentativo malcelato di snaturare la Carta per smuovere per un attimo le coscienze, mentre chi dovrebbe proporre un cambiamento appare sempre più impreparato e coeso.
Massimo Conocchia

















