Zio Sam umilia il Presidente del Consiglio: la fine del mito della personalità autorevole “ponte tra Ue e Usa”

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Le dichiarazioni rese dal Presidente americano al giornalista de “La 7”, nelle quali umilia il nostro presidente del Consiglio, ci consegnano, sicurante, la conferma di una personalità particolare, abituata a considerare gli interlocutori secondo due uniche categorie. Da una parte gli ossequiosi e ubbidienti, dall’altra coloro che la pensano non in maniera collimante e, perciò stesso, da annientare, annichilire, umiliare nella migliore delle ipotesi. Stavolta è toccato al nostro Presidente del consiglio, presentata da Donald Trump come persona che lo avrebbe implorato per una foto, con l’aggiunta terribile “mi ha fatto pena”.

Subito è scattata nei confronti di Giorgia Meloni una gara di solidarietà nazionale e internazionale, soprattutto quest’ultima non scontata, visto e considerato che analogo atteggiamento non è stato tenuto dal capo del Governo italiano quando il Presidente americano ha attaccato altri leaders europei, da Sanchez a Macron.

In quel caso L’on.le Meloni ha preferito un comodo silenzio. Da altri è arrivata oggi una lezione di stile. E tuttavia, il problema di un rapporto troppo ossequioso e appiattito dell’Italia nei confronti degli USA esiste. Ciò che colpisce è l’atteggiamento della premier italiana, abituata a considerare i successi come vittorie personali, le figuracce e le umiliazioni come fatte al Paese. Se si vince, vince lei, se la prendono a pesci in faccia, viene umiliata la patria. La patria, nell’accezione della destra moderna, è un’entità sacra e inviolabile quando si tratta di bandire principi di solidarietà e accoglienza, lo è assai meno quando si ragiona in termini di uguaglianza di fronte alla legge, di diritti universali, etc.

In ogni caso l’atteggiamento recente dell’On.le Meloni è esemplare di un modo tipico di ragionare: orgoglio e rivendicazione personale quando si ritiene di sbandierare risultati ottenuti, vittimismo e tentativo di collettivizzazione quando ci sono figuracce. In quel caso la colpa è sempre degli altri; dell’Europa, dei magistrati, del superbonus, della guerra (che pure non si ha il coraggio di condannare). L’umiliazione indirizzata al Presidente del Consiglio – non ce ne voglia- non è e non può essere un fatto collettivo ma il suggello del fallimento di un atteggiamento di cieca obbedienza e ossequio. Dopo l’invasione del Venezuela, la premier l’ha definito come una legittima azione difensiva.

Dopo l’attacco in Iran, avvenuto , come il precedente venezuelano, in barba ad ogni principio del diritto internazionale, la premier ha  detto: “non condivido né condanno”. Solo dopo la sonora sconfitta al Referendum ha cominciato pacatamente a staccarsi da quello che si stava rivelando un abbraccio mortale con colui che si sarebbe voluto candidare al Nobel per la pace. Il Prof Tommaso Montanari, in un bellissimo articolo sul “Fatto quotidiano” ha sapientemente definito l’atteggiamento ambivalente della destra italiana – rivendicativo  come personale nei presunti successi,  collettivo nelle sconfitte –  usando un’espressione bellissima :  “privatizzazione degli utili, socializzazione delle perdite”. Ci sembra una sintesi particolarmente efficace per sintetizzare quattro anni di vuoto, che, in vista del bilancio finale, si vorrebbe condividere con chi, non solo non l’ha sostenuta ma l’ha decisamente avversata.

Massimo Conocchia

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