Oracoli, sibille, maghi e pedofili
Presso gli antichi oracoli e sibille predicevano il futuro. Famosa era la Sibilla Cumana che, come tutta la genia di maghi, era una gran furba.
Alberico delle Tre Fontane (XIII sec.), nel Chronicon riporta di un soldato, che doveva partire per la guerra. Interpellò la Sibilla sulla sua sorte. La furba disse: ibis redibis non morieris in bello, perché parlava latino. Non face pausa alcuna, così il responso si presta a doppia interpretazione, a seconda che si faccia pausa prima o dopo il non: così si ha “andrai, ritornerai, non morirai in guerra”; nel secondo caso, con la virgola dopo, si ha: “andrai, non ritornerai, morirai in guerra”.
Comunque fossero andate le cose la Sibilla avrebbe indovinato. I maghi odierni, seguendo questi loro antenati fanno la stessa cosa e spillano soldi ai creduloni.
A proposito ricordiamo Faust, che vendette l’anima al diavolo. Giunto al momento di mantenere fede al patto, però, afferrò il Vangelo, gridando e bugerando il demonio: – Baluardo me il Vangelo! –
Se tanto è noto non lo è quanto accadde nel 1611: Luigi Goffredi, curato d’una parrocchia nei pressi di Marsiglia, fu accusato di magia.
Ecco perché: suo zio Cristoforo, curato di Purrieres, 6 mesi prima di morire, gli mandò un libricino di 6 fogli manoscritti. In ogni foglio vi erano due versi in francese. Luigi, inizialmente, non si curò del libro. Dopo cinque anni lesse i versi e apparve il diavolo, in sembianze umane, e gli disse che avesse soddisfatto ogni suo volere, però andava messo nero su bianco. E sì: carta canta!
Goffredi scrisse e chiese di poter avere grande saggezza fra le persone di grande cultura e [non l’indovinereste mai!] di poter fare accendere d’amore le donne che gli fossero piaciute, col solo soffiar loro sulle guance. Altro che castità!
Il diavolo – come usa tra le parti – appose l’assenso sulla stessa carta, acconsentendo a quanto richiesto; mantenne fede ai patti. Luigi soffiò in faccia, facendo innamorare – come pattuito – Maddalena, ragazza di appena nove anni, figlia d’un gentiluomo, chiamato Madolo della Palude.
Quel maledetto curato, col pretesto di devozione e di spiritualità la persuase che, come suo padre spirituale, aveva diritto di disporre di lei. Dicono le carte del processo: “la obbligò a darsi al demonio” e dopo qualche anno le fece sottoscrive, col sangue, 7 o 8 volte, le carte per “più stringersi a lui”. Le diede, inoltre, un “diavolo familiare” (un perfido servitore) che doveva servirla e seguirla dappertutto.
Un giorno la trasportò al Sabba, su un’alta montagna vicino Marsiglia. Qui vide persone di tutte le nazioni, e particolarmente, Goffredi, che sedeva in posto molto distinto, che le fece imprimere caratteri sulla testa, sul volto e in altre parti del corpo.
La misera, così conciata, si fece monaca di S. Orsola, perché ritenuta offesa dal demonio.
Goffredi soffiò sul volto di molte povere giovani, finché fu accusato d’essere un mago potente.
Maddalena, che aveva 19 anni, quando fu interrogata, per l’Inquisizione, dal domenicano Padre Domenico. Riferì quanto si è detto, svelando molte altre cose “occulte”. Disse, fra l’altro, i nomi di 24 spiriti maligni dai quali era posseduta. Relazionò sulle cose abominevoli commesse dal prete, precisando che “se la giustizia non si fosse assicurata di lui, il diavolo lo avrebbe in corpo e in anima portato all’Inferno”.
Goffredi negò tutto. Alla fine, però, confessò “le cose impudiche”, ma negò il resto, dicendo che Maddalena era posseduta dal demonio, che le suggeriva quelle accuse. Disse che si sarebbe voluto convertire, ma Lucifero glielo impediva; che aveva bruciato il libricino e una serie di baggianate su maghi, sabba e diavoli.
Il Procuratore generale, elencati i fatti, sentenziò: “il detto Goffredi sia dichiarato reo convinto delle cose a lui imputate, e in pena di esse sia primieramente degradato dagli Ordini Sacri dal Vescovo di Marsiglia suo diocesano, e poscia condannato ad un pubblico castigo, e in un giorno di udienza con la testa e coi piedi ignudi, con la forca al collo, ed una torcia accesa in mano, domandi perdono a Dio, al re, ed alla Giustizia, sia condotto e tanagliato in tutti i luoghi e le strade di questa Città di Aix con tenaglie infocate in tutte le parti del suo corpo, e poscia nella piazza dei Domenicani sia abbruciato vivo, e siano sparse al vento le sue ceneri”. La sentenza suddetta reca la data del 18 aprile 1611.
Ogni commento ai lettori.
Giuseppe Abbruzzo

















