Gang
Bisogna evitare letture semplicistiche del tipo povertà uguale criminalità o immigrazione uguale gang o altre similitudini semplicistiche poiché la letteratura scientifica mostra che il fenomeno delle gang giovanili è molto più complesso: entrano in gioco identità, territorio, appartenenza, riconoscimento, reti amicali, opportunità sociali, processi di etichettamento e rapporti di potere.
Parlare di gang giovanili significa confrontarsi con un fenomeno sociale che non può essere ridotto alla semplice presenza di comportamenti criminali. La gang è, prima di tutto, un gruppo sociale: produce appartenenza, costruisce identità, stabilisce norme interne, attribuisce significati a determinati comportamenti e occupa spazi fisici e simbolici. I processi di devianza non sono soltanto una trasgressione individuale della legge, ma soprattutto il risultato di processi collettivi attraverso i quali alcuni comportamenti vengono appresi, interpretati, legittimati e infine definiti come devianti dalla società.
Nelle definizioni internazionali una gang è un gruppo giovanile relativamente stabile, orientato alla strada, nel quale il coinvolgimento in attività illegali costituisce una parte dell’identità del gruppo. La definizione è importante perché consente di distinguere una gang da una generica compagnia di adolescenti, da una banda occasionale o da un gruppo di amici che commette sporadicamente un illecito.
Dal punto di vista della sociologia della cultura, la gang può essere interpretata come un microcosmo nel quale vengono prodotti significati condivisi. Il gruppo costruisce un linguaggio, rituali, simboli, gerarchie, reputazioni e criteri di appartenenza. In questo senso, entrare in una gang non significa necessariamente aderire a un’organizzazione criminale strutturata: può significare, soprattutto per alcuni adolescenti, entrare in un mondo sociale nel quale sentirsi riconosciuti.
La ricerca internazionale mostra infatti che l’appartenenza può offrire ai giovani senso di appartenenza, protezione, status e identità, anche quando il gruppo è contemporaneamente associato a comportamenti violenti o criminali. Le gang possono essere associate alla delinquenza e alla violenza, ma possono anche funzionare come forma di capitale sociale e come fonte di appartenenza per giovani che sperimentano esclusione o marginalità.
Questa ambivalenza è fondamentale. Se ci si limita a considerare la gang come un insieme di criminali, si perde la dimensione culturale del fenomeno. La domanda non è soltanto “perché questi ragazzi commettono reati?”, ma anche: che cosa significa per loro appartenere a quel gruppo? Quali forme di riconoscimento ottengono? Quali norme e valori vengono costruiti all’interno del gruppo? Quale posizione occupano rispetto agli altri giovani e rispetto alla società più ampia?
Nel celebre studio “Street Corner Society”, dedicata a un quartiere italo-americano povero di Boston, Whyte mostrò come i gruppi di strada possedessero una complessa organizzazione sociale interna. Il suo lavoro contribuì inoltre a mettere in discussione l’idea che un quartiere povero fosse necessariamente privo di organizzazione sociale: povertà e disorganizzazione non sono sinonimi.
Secondo Howard S. Becker, altro importantissimo studioso dei fenomeni sociali la devianza non è semplicemente una proprietà intrinseca di un comportamento. Un atto diventa deviante anche attraverso il processo mediante il quale un gruppo sociale stabilisce una norma, individua chi l’ha violata e applica un’etichetta.
La prospettiva dell’etichettamento è particolarmente utile nello studio delle gang perché obbliga a interrogarsi non soltanto sui comportamenti dei giovani, ma anche sulle reazioni degli adulti, delle istituzioni, dei media, delle forze dell’ordine e della comunità. Becker sottolinea che società diverse, gruppi sociali diversi e classi sociali diverse possono possedere norme differenti e, soprattutto, differenti capacità di imporre le proprie definizioni di ciò che è normale e di ciò che è deviante.
Questo non significa negare la realtà della violenza o dei reati commessi da gruppi giovanili. Significa piuttosto distinguere due questioni: il comportamento effettivamente compiuto e la categoria sociale attraverso la quale quel comportamento viene interpretato.
Il rischio dell’etichetta “gang” è infatti quello di trasformare una categoria analitica problematica e complessa in un’identità permanente. Un gruppo di adolescenti provenienti da un determinato quartiere può essere percepito come una gang prima ancora che sia stata verificata l’esistenza di una vera struttura criminale. Una volta applicata l’etichetta, però, possono prodursi conseguenze concrete: maggiore sorveglianza, maggiore controllo istituzionale, esclusione scolastica, stigmatizzazione territoriale e rafforzamento dell’identità oppositiva del gruppo.
In questo senso, la devianza è anche una relazione di potere: non tutti hanno la stessa capacità di definire chi è “normale”, chi è “pericoloso” e chi deve essere controllato.
La tradizione della sociologia ha cercato di spiegare la formazione delle subculture giovanili anche attraverso le tensioni tra aspirazioni sociali e opportunità disponibili.
Robert K. Merton, con la teoria dell’anomia, aveva mostrato come una società possa promuovere determinate mete di successo senza garantire a tutti un accesso equivalente ai mezzi legittimi per raggiungerle. Albert Cohen, successivamente, applicò questo ragionamento alle subculture delinquenti giovanili, mettendo al centro il problema dello status e della “frustrazione di status”. Richard Cloward e Lloyd Ohlin approfondirono invece il ruolo delle differenti strutture di opportunità, distinguendo tra opportunità legittime e illegittime. Queste teorie rimangono importanti, anche se la ricerca contemporanea ha mostrato che lo svantaggio economico, da solo, non è sufficiente a spiegare la formazione di una gang.
La gang può quindi essere interpretata come una risposta culturale a una condizione di marginalità: il gruppo produce criteri alternativi di prestigio, rispetto e riconoscimento. Ciò che nella società dominante può essere considerato fallimento, nel microcosmo della gang può essere reinterpretato come forza, coraggio, lealtà o capacità di imporsi e la ricerca del “rispetto” possa diventare una componente centrale di un’economia e di una cultura di strada, soprattutto quando l’accesso al mercato del lavoro legale e alle forme convenzionali di riconoscimento sociale è ostacolato.
Il concetto di rispetto è dunque più interessante della semplice categoria di “violenza”. Per alcuni giovani, il comportamento aggressivo può rappresentare uno strumento attraverso il quale ottenere reputazione, protezione e riconoscimento. La violenza diventa così non soltanto un atto fisico, ma anche una forma di comunicazione sociale.
Quando le gang coinvolgono giovani con differenti origini familiari, nazionalità o percorsi migratori, è facile cadere nella tentazione di spiegare il fenomeno attraverso la “cultura d’origine”. È una spiegazione problematica. Non esiste infatti una relazione automatica tra origine culturale, immigrazione e devianza.
La letteratura sulle gang in Europa mostra piuttosto come migrazione, appartenenza etnica, discriminazione, condizioni socioeconomiche e processi di identificazione possano interagire in modi differenti. Gli studi sulle gang dei giovani appartenenti a gruppi migranti hanno evidenziato, per esempio, che le spiegazioni esclusivamente culturali sono insufficienti e devono essere integrate con l’analisi delle strutture di opportunità e delle condizioni sociali del contesto di arrivo.
È quindi più utile parlare di processi di identificazione che di culture statiche. Un giovane con genitori migranti può costruire la propria identità contemporaneamente attraverso la famiglia, il quartiere, la scuola, il gruppo dei pari, i social media, la cultura del paese di origine e quella del paese in cui vive. Queste appartenenze non sono necessariamente alternative: possono essere sovrapposte, ibride e perfino conflittuali.
La gang può diventare, in determinati contesti, uno spazio nel quale tali identità vengono negoziate. Il gruppo può offrire una risposta alla domanda: “Chi sono io e a quale mondo appartengo?”. Ma può anche produrre confini più rigidi tra “noi” e “loro”.
Un’altra dimensione fondamentale è quella dello spazio urbano. La gang è spesso una formazione profondamente territoriale: la strada, il quartiere, la piazza o determinati luoghi diventano elementi dell’identità collettiva.
Il territorio non è però soltanto uno spazio fisico. È uno spazio sociale carico di reputazioni. Alcuni quartieri vengono identificati pubblicamente come “degradati”, “pericolosi” o “criminali”. Questa stigmatizzazione territoriale può incidere sull’identità degli stessi abitanti e sul modo in cui vengono percepiti dagli altri.
Altre ricerche mostrano come determinati quartieri possano essere investiti da rappresentazioni negative che finiscono per influenzare concretamente la vita degli abitanti, indipendentemente dal fatto che la totalità del territorio corrisponda alla rappresentazione dominante.
Ne deriva un paradosso: il giovane può essere stigmatizzato non soltanto per ciò che fa, ma anche per dove vive, con chi viene associato e per il gruppo sociale al quale viene percepito come appartenente.
La ricerca contemporanea invita quindi a superare l’immagine della gang come fenomeno esclusivamente criminale e rigidamente organizzato. Gli studi internazionali mostrano forme molto differenti di gang e gruppi giovanili, caratterizzate da gradi diversi di stabilità, territorialità, organizzazione e coinvolgimento criminale. La ricerca sulle gang del XXI secolo ha inoltre ampliato l’attenzione verso genere, razza, migrazione, identità, territorio, social media e trasformazioni delle economie urbane.
Anche il caso italiano richiede quindi prudenza. Una recente ricerca comparativa sulle gang giovanili e sulle organizzazioni di tipo mafioso in Italia sottolinea proprio la necessità di distinguere fenomeni differenti, superando l’idea secondo cui una gang giovanile rappresenterebbe semplicemente una fase preliminare o “evolutiva” verso la criminalità organizzata.
Le gang giovanili possono essere comprese adeguatamente soltanto adottando una prospettiva multidimensionale.
La sociologia della cultura permette di comprendere come il gruppo costruisca identità, significati, reputazioni, rituali e norme interne. La sociologia della devianza mostra come i comportamenti devianti siano collegati a processi di socializzazione, opportunità, controllo sociale e definizione dell’outsider. L’antropologia delle differenze culturali, infine, permette di evitare interpretazioni essenzialiste delle differenze etniche e culturali, mostrando come identità, appartenenze e confini vengano continuamente negoziati.
La questione centrale, pertanto, non dovrebbe essere soltanto “perché alcuni giovani diventano membri di una gang?”, ma una domanda più ampia: quali condizioni sociali rendono la gang un luogo nel quale un giovane può trovare appartenenza, rispetto, protezione e identità?
Questa formulazione sposta l’attenzione dal giovane considerato come problema alla relazione tra individuo, gruppo e società. Non significa giustificare la violenza o negare la responsabilità individuale. Significa comprendere che il comportamento deviante prende forma dentro relazioni sociali, sistemi culturali e strutture di opportunità.
La gang, in questa prospettiva, diventa una lente attraverso la quale osservare problemi più generali della società contemporanea: disuguaglianza, marginalità urbana, trasformazione delle identità giovanili, crisi delle forme tradizionali di appartenenza, conflitti culturali, stigmatizzazione territoriale e ricerca di riconoscimento. È proprio questa dimensione a rendere il fenomeno sociologicamente rilevante: studiare le gang significa, in ultima analisi, studiare non soltanto chi trasgredisce le norme, ma anche come una società produce norme, appartenenze, esclusioni e possibilità di riconoscimento.
I recenti episodi di violenza tra gruppi di giovani, dalle grandi città ai centri più piccoli, spesso nati da provocazioni, rivalità, offese sui social o motivi apparentemente futili, mostrano che il fenomeno non può essere liquidato né come semplice “emergenza criminale” né come espressione automatica di disagio sociale. La ricerca italiana conferma, infatti, la presenza di gruppi molto diversi tra loro: alcuni poco strutturati e prevalentemente coinvolti in risse e atti violenti, altri più organizzati, altri ancora caratterizzati da rapporti con ambienti criminali.
Proprio la sproporzione tra il motivo immediato del conflitto e la violenza che può seguirne dovrebbe interrogare le politiche e la politica. Un insulto, uno sguardo, una rivalità territoriale o una provocazione possono diventare occasioni attraverso cui si manifestano questioni più profonde: bisogno di riconoscimento, costruzione della reputazione, appartenenza al gruppo, ricerca di status e definizione di un “noi” contrapposto a un “loro”. Ciò non significa attribuire necessariamente a ogni episodio una complessa motivazione sociale, ma riconoscere che l’azione individuale acquista significato dentro le relazioni con i pari e dentro specifici contesti culturali.
Anche la dimensione territoriale va letta con cautela. Il fenomeno non appartiene esclusivamente alle periferie delle metropoli: le rilevazioni nazionali mostrano la presenza di gruppi in diverse aree del Paese, mentre la percezione della loro presenza riguarda anche comuni medi e grandi. Questo suggerisce di non costruire una geografia semplicistica della devianza, contrapponendo un presunto “centro sano” a periferie necessariamente problematiche.
La sfida consiste quindi nel tenere insieme due esigenze apparentemente opposte: non minimizzare la violenza e non semplificarne le cause. Una rissa può essere un reato e una vittima deve essere tutelata; allo stesso tempo, repressione e controllo, da soli, non spiegano perché alcuni gruppi diventino luoghi di appartenenza e perché conflitti banali possano assumere un’intensità così elevata.
È proprio questa complessità che rende necessario un approccio multidimensionale: sicurezza e responsabilità individuale devono convivere con prevenzione, scuola, politiche giovanili, lavoro sociale e costruzione di spazi di aggregazione. La ricerca più recente sul caso italiano invita inoltre a non interpretare automaticamente le gang come una fase evolutiva verso la criminalità organizzata, riconoscendo invece configurazioni differenti e percorsi non lineari.
Comprendere le gang non significa giustificare la violenza, ma comprendere ciò che la rende socialmente possibile e simbolicamente significativa. Significa osservare contemporaneamente il giovane, il gruppo, il territorio, la famiglia, la scuola, i media, le istituzioni e le opportunità disponibili. Solo evitando tanto il panico morale quanto la banalizzazione del fenomeno è possibile costruire risposte capaci non soltanto di intervenire quando il conflitto esplode, ma di creare prima condizioni nelle quali appartenenza, riconoscimento e identità possano essere costruiti attraverso modalità non violente.
Ci vogliono quindi amministrazioni culturalmente orientate capaci di non cadere subito nella logica del divieto e del controllo, pratiche culturali non discriminatorie, evitare facili catastrofismi e politiche giovanili ricche di iniziative e proposte. La scuola poi può fare molto, se interessata ad agire.
Assunta Viteritti















