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A proposito di quarantena

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In questi giorni si è richiamata la pratica messa in atto per prima dalla Repubblica di Venezia che, commerciando con l’Oriente, era esposta a contagi per flagelli, che si registravano in quei luoghi. Si è detto in televisione della quarantena e del sistema dei lazzaretti, messa in atto e allestiti nelle occasioni.

Abbiamo cercato qualche indizio presso autori antichi, ma ci siamo convinti che ignorassero questa pratica e tutti, ma proprio tutti, si rifugiavano in punizioni divine, per azioni ed errori commessi dai mortali. Allora, sacrifici umani; sacrifici animali ecc. Omero ne fa cenno e così altri scrittori greci e latini, scrittori cristiani. I cristiani, per debellare le pestilenze, fra l’altro, davano vita a processioni che, purtroppo, non debellavano il male, anzi lo aggravavano.

Ci volle una grave pestilenza scoppiata a Marsiglia, che dimezzo, letteralmente, i suoi abitanti a far riprendere l’uso di quarantene e lazzaretti.

Non sappiamo quanti, in questi giorni, si saranno ricordati di un tal Antonio Muratori che, fra le tante opere, scrisse, anche: Del governo della peste e delle maniere di guardarsene, edito a Modena nel 1710. Sarebbe interessante rintracciarlo e leggerlo. In esso si scrive di: “un nuovo efficacissimo rimedio, il quale fu insegnato e praticato in vari luoghi con felicissimo successo”.

Qual è? Eccolo, come ne scrive il nostro: “Consiste esso nel mettere in quarantena almeno tutto il basso popolo della città, dal quale, e non dai nobili e dalle persone comode, la sperienza fa troppo spesso vedere che il male è facilmente disseminato ed introdotto anche nelle case dei più guardinghi. Cioè, dopo aver ordinato che chi vorrà in termine di alcuni giorni partirsi dalla città, possa farlo, si ha assolutamente da rinserrare nelle proprie loro case il volgo e i poveri tutti sotto pena della vita”.

La distinzione di ceto è dettata al Muratori dalle condizioni igieniche assai scarse o addirittura inesistenti fra il popolo.

Il provvedimento, si rendeva conto il nostro autore, comportava difficoltà per mantenere rinchiusa tanta gente. Precisa, perciò: “Io per me non so precisamente come riesca, e fosse per riuscire in pratica, e massimamente in città grandi, questo rimedio, che in teorica mi comparisce sommamente utile, per non dir anche necessario”. Questa precisazione ci ricorda qualcosa di tremendamente attuale. Necessario scrive Muratori e fa una precisazione:

Ma so bene, che nelle due pestilenze che tanto afflissero la popolata città di Milano negli anni 1576 e 1630, dopo essere morte tante migliaia di persone, non cessando il male altro rimedio non si trovò per vederne il fine che quello di mettere in quarantena, cioè di serrare nelle sue case per quaranta di tutto il popolo si nobile come ignobile, a riserva dei magistrati, ministri e serventi necessarii: dopo di che restò oppressa e cessò affatto la pertinace malattia, mantenuta fin allora dal commercio dei cittadini”.

L’autore non si ferma qui, ma riporta del luogo, delle regole della quarantena, facendo riferimento costante a quanto si stabiliva in Venezia.

Va precisato, infine che, col passare degli anni la quarantena non fu più di quaranta giorni, ma variò a seconda del pericolo.

Un aspetto interessante è dato da una serie di riunioni fra rappresentai di vari stati, tenute fra il 23 luglio 1851 e il 19 gennaio 1852. Da esse venne fuori una Convenzione e un Regolamento sanitario internazionale, pubblicato nell’aprile del suddetto anno.

Ci fermiamo qui. Ai lettori la voglia o meno di continuare.

Giuseppe Abbruzzo

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