Una volta si stava meglio? Un mito da riconsiderare

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E’ opinione diffusa – spesso una sorta di nostalgia collettiva – che “una volta si stava meglio”, soprattutto nei paesi. Si rievocano tempi in cui la vita sembrava più semplice, i rapporti umani più autentici, la natura più amica e il tempo meno tiranno. Quanto questa visione idilliaca corrisponda effettivamente alla realtà è difficile da stimare. E’ tutto vero o è frutto di una memoria selettiva e idealizzata?

Cominciamo con il dire che i rapporti umani erano spesso più autentici, la vita seguiva un ritmo più lento e il legame con la natura e le stagioni appariva più stretto.  Non infrequentemente, però, questa semplicità andava di pari passo ad alcune privazioni. L’accesso all’istruzione era sicuramente più limitato, l’assistenza sanitaria era meno marcata rispetto ad oggi, senza disconoscere i limiti legati a scelte politiche scellerate che in anni più o meno recenti hanno ridimensionato l’offerta in un territorio di per sé difficile. E’ innegabile, però, che negli anni ’60 e buona parte degli anni ’70,  la mancanza di una struttura ospedaliera aveva inevitabilmente delle ripercussioni negative.

Le stesse condizioni igienico-sanitarie erano ben lontane dagli standard attuali. Interi quartieri del centro storico – che si sono svuotati nel corso degli anni citati in forza dello sviluppo dell’edilizia pubblica – avevano standard di vita ben lontani da quelli che abbiamo conosciuto successivamente. La fame in alcuni settori sociali, il freddo d’inverno e l’isolamento erano realtà tristemente note. Si tende a ricordare con affetto la coesione sociale, che effettivamente era presente nei paesi, il senso di comunità, il sostegno reciproco.

Ma tutto questo aveva un prezzo: il controllo sociale era non di rado oppressivo, la privacy pressoché assente, le differenze poco tollerate, la libertà individuale sacrificata  non di rado in nome del “giudizio altrui”. Le donne, per esempio, vivevano – lo ricordiamo bene – entro ruoli rigidamente definiti e molte vite erano segnate da silenzi, rinunce e mancate opportunità.

Quando riteniamo che “una volta si stava meglio”, spesso lo facciamo ricordando l’infanzia o la giovinezza, fasi della vita che, per loro natura, tendiamo a ricordare con più dolcezza. Non è, però, la società che era migliore, bensì lo sguardo dell’età adulta che ci porta a guardare al passato con malinconia. E’ un riflesso naturale che rischia, però, di deformare il giudizio storico. Con tutti i limiti del presente, si vive più a lungo, meglio informati, forse con maggiori possibilità di scegliere il nostro destino.

Spesso si viveva un po’ avulsi da quanto accadeva nel mondo e persino in realtà più o meno vicine. Il passato non va cancellato, va valorizzato per quanto di buono poteva esserci ma senza idealizzarlo. Difendere il presente, con tutti i suoi limiti, non significa d’altra parte disprezzare il passato ma guardarlo con maggiore obiettività. Nei paesi, Acri compreso, ci sono stati affetti profondi e persone meravigliose (alcune delle quali spiccano titaniche rispetto alla piccolezza di alcuni contemporanei). Ci sono state, però, anche miserie taciute, comunità solidali all’interno delle quali si celavano solitudini invisibili. Il vero rispetto del passato non è mitizzarlo ma imparare da esso, cogliere quanto di buono offriva, non sottacendone i limiti e miserie.

Massimo Conocchia

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