Oltre le sbarre…

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Varcata la soglia, tutto è iniziato tra telecamere, cancelli, polizia e controlli di sicurezza; sguardi attenti a capire chi ero, volti sconosciuti, vite segnate e piene di speranza; odori e rumori a cui non ero abituato: celle, la cappella e una presenza amica, quella del Signore Gesù.

Così è iniziata l’esperienza estiva pensata per me quest’anno. Un po’ inconsueta, ma ricca di sorprese.

Guidato dal cappellano per circa 20 giorni, ho avuto la fortuna di varcare la soglia della Casa circondariale “Francesco Di Cataldo” – il carcere di San Vittore – a Milano. Scrivo così perché mi sono sentito veramente fortunato di aver avuto l’opportunità di attraversare quelle porte, soprattutto quando una di queste è quella del cuore dei detenuti, fratelli e sorelle che per diversi motivi si trovano dietro le sbarre.

Partecipando alla Santa Messa – alla mensa della Parola e dell’Eucaristia – e ponendomi in ascolto di alcuni di loro, ho fatto esperienza di quanto il Vangelo secondo Matteo ci consegna: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Il Signore Gesù era presente in quei fratelli, proprio come suggerisce don Primo Mazzolari quando definisce la prigione come un tabernacolo dove è custodita la presenza di Dio.

Proprio per questo, non mi è stato possibile restare indifferente alle storie e alle tante lacrime che segnavano i loro volti. Lacrime di pentimento e di dolore, lacrime di gioia perché c’era qualcuno disponibile ad ascoltarli. Infatti, a conclusione di ogni incontro, una delle loro ultime parole era: «Grazie».

Non ero mai entrato in un carcere, ma la mia mente e il mio cuore sono sempre stati abitati da un filo di interesse e curiosità verso questa realtà. Vedere concretizzarsi questa possibilità è stata una bella sorpresa. Grazie a questa opportunità, i pregiudizi sono decaduti e le diverse idee che si sovrapponevano hanno trovato un ordine, tanto da poter affermare che niente può ritenersi scontato e niente è perduto. Tutto è possibile se fiduciosamente ci abbandoniamo all’abbraccio misericordioso del Padre che, nel Figlio suo Gesù, è in mezzo a noi. Ed è proprio di questo che ho cercato di farmi testimone.

Pregando e pensando al carcere, ho raggiunto la consapevolezza che questo luogo può realmente diventare Chiesa: l’assemblea dei “chiamati fuori”, dei redenti, dei figli di Dio liberi dal potere del male.

Anche se liberi dalle sbarre di ferro e dalle mura possenti di un carcere, tante volte ci troviamo prigionieri nel cuore. E chi vive entrambe le reclusioni ha bisogno di essere accolto, ascoltato e accompagnato con premura e attenzione. 

Infatti, «si può essere prigionieri perché si sconta una pena in carcere; e si può essere prigionieri perché le nostre paure, le nostre pretese, le nostre illusioni hanno preso il posto del contatto vivo con la realtà. Può capitare anche a noi di vivere ciò che Platone racchiuse nel mito della caverna: più affezionati ai nostri pensieri, alle nostre visioni limitate, al “si è sempre fatto così” – tutte realtà rassicuranti – che alla fatica di capire e di discernere» (Mons. Giovanni Checchinato, Sentinella, quanto resta della notte?).

In conclusione, tra i tanti frutti che con gioia ora sono chiamato a raccogliere dopo quest’esperienza, c’è quello di poter capire, ancora una volta, che ogni persona ha una dignità e una preziosità inalienabile, perché così dice il Signore: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo; do uomini al tuo posto e nazioni in cambio della tua vita» (Is 43,4). E soprattutto: non possiamo correre il rischio di identificare la persona con il peccato e/o con il reato compiuto, sicuri che «vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione» (Lc 15,7).

La ricchezza che gli occhi desiderosi di misericordia, di redenzione, di libertà e di amore racchiudono, non ti lascia indifferente e ti pacifica il cuore. 

Angelo Girardi

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