Siamo sempre più un Paese per vecchi

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L’Italia è uno dei Paesi con la vita media più lunga. Questo dato è la risultante di più fattori: qualità di vita, cure, ambiente. Tuttavia, l’allungamento della vita media ci obbliga a fare i conti con altri fattori interconnessi.

Parallelamente all’allungamento della vita media, si registra da decenni un drastico calo di natalità. Si nasce di meno e si vive di più. La prima e ovvia conseguenza è che la piramide sociale si è invertita con un carico gravoso lasciato ai nostri figli, che devono lavorare più a lungo e versare di più per permettere ai padri di godere la pensione.  La  precarietà lavorativa, il costo delle abitazioni, le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, l’incertezza economica e la trasformazione dei modelli familiari sono tra le cause del crollo della natalità.

L’aumento della speranza di vita è una delle più grandi conquiste della medicina e del progresso sociale. Le persone vivono più a lungo grazie ai miglioramenti nella prevenzione, nelle cure mediche, nell’alimentazione e nelle condizioni di vita. Ma vivere più a lungo non significa necessariamente vivere in perfetta salute. Con l’avanzare dell’età aumenta infatti la probabilità di sviluppare malattie croniche, disabilità e condizioni che richiedono assistenza continuativa. Questo significa una maggiore pressione sul sistema sanitario e sui servizi sociali.

In sintesi , l’invecchiamento demografico non è soltanto un problema per pensioni e sanità. È anche un problema economico. Meno giovani significano, nel tempo, meno lavoratori, quindi minori contributi versati con minori garanzie di tenuta del sistema previdenziale. Alcuni settori potrebbero avere sempre più difficoltà a trovare personale, mentre le imprese dovranno confrontarsi con una forza lavoro mediamente più anziana.

Questo potrebbe frenare la crescita economica e rendere ancora più importante aumentare la produttività, investire nella tecnologia e favorire la partecipazione al lavoro delle persone che oggi ne sono escluse o vi partecipano meno. L’immigrazione, tanto demonizzata in tempi più e meno recenti,  può contribuire a compensare almeno in parte il calo della popolazione in età lavorativa, oltre a risolvere il problema della carenza di personale in settori poco attraenti.

Il problema è complesso e va affrontato per tempo, senza limiti ideologici, avendo contezza che ne va della tenuta non solo del sistema economico e previdenziale ma sostanzialmente della tenuta sociale di una comunità sempre più fragile, non solo anagraficamente ma anche sul piano dei diritti. Continuare a pensare di chiudere le frontiere perché bastiamo a noi stessi e non ci interessa del destino degli altri non è solo disumano ma è sostanzialmente autolesionistico. Una immigrazione regolata permetterebbe di rafforzare la componente attiva della società, più lavoratori, più figli che frequentano gli asili e scuole. In definitiva una prospettiva di crescita e di futuro senza la quale il sistema non può reggere a lungo.

Massimo Conocchia

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