Un sito archeologico straordinario, Serravuda di Acri

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C’è un luogo della Magna Grecia, nell’attuale Calabria, che ha suscitato nei secoli passati fantasie e leggende. In tempi più recenti, alcuni geologi hanno cercato spiegazioni addirittura in eventi di natura extraterrestre.

Così, il rilievo montuoso denominato Serravuda o Serra di Buda (“Serra e’ Vuda”, nel dialetto locale), con i resti che ancora conserva, è stato per lungo tempo, fino a oggi, oggetto di interpretazioni controverse, continuando a rimanere avvolto in un velo di mistero.

Ora, grazie all’impegno ostinato di un gruppo di cittadini (l’associazione A.C.R.I.) e alla collaborazione con un’amministrazione comunale sensibile ai temi della tutela e della valorizzazione (quella di Acri), nuove indagini specialistiche sono riuscite a gettare una luce nuova, non solo sul sito, ma anche su tutto il vasto territorio che si estende alle sue spalle, cioè l’Altopiano silano.

Enigmatici frammenti rocciosi, cementati fra loro da un complicato processo di vetrificazione e sparsi sul terreno, si sono rivelati essere i resti di una struttura architettonica molto antica, che giace sepolta nel sottosuolo di Serravuda.

Non conosciamo ancora la consistenza di questa struttura e la funzione da essa svolta nel corso dei secoli, ma abbiamo raggiunto da poco una certezza: si tratta di un edificio le cui mura non possono essere che il prodotto di una tecnologia raffinatissima, di difficile spiegazione con le nostre attuali conoscenze. Occorre una premessa. In tutta la zona, è ben nota l’assenza di rocce adatte a essere lavorate, squadrate e adattate per la costruzione di mura solide e imponenti, come ad esempio il calcare o il tufo, ma si trovano soltanto graniti scistosi (granitoidi, metamorfiti). Dai campioni raccolti sulla superficie di Serravuda, queste grezze rocce locali appaiono essere state frantumate per poi essere compattate fra loro attraverso un ingegnosissimo procedimento di vetrificazione.

In estrema sintesi, coloro che hanno costruito l’edificio sono stati in grado di vetrificare pareti composte da rocce di difficile lavorazione e di ancor più difficile assemblaggio, e ne hanno ottenuto un baluardo indistruttibile. Come è facile immaginare, sono dovute entrare in gioco conoscenze raffinate e sorprendenti capacità tecnologiche.

Ad esempio, da analisi geochimiche recentemente effettuate, si è dedotto che i costruttori hanno avuto l’accortezza d’inserire nell’amalgama particolari minerali non presenti in loco,  ma appositamente raccolti, in quanto dotati della proprietà di facilitare la fusione dei materiali lapidei utilizzati. E rimane ancora da spiegare in modo compiuto come effettivamente siano riusciti a ottenere all’aperto, e non all’interno di una fornace, temperature molto elevate, comunque necessarie per attivare la vetrificazione sulle pareti dell’edificio. Qualche lettore dell’Odissea, poema che racchiude l’immaginario greco arcaico relativo a navigazioni occidentali (con il fenomeno storico che va sotto il nome di “colonizzazione greca” dell’Italia meridionale), forse ricorderà un’immagine che lascia ammirato il naufrago Ulisse: le “mura di bronzo” del palazzo di Alcinoo.

Bene, l’esito della costruzione di cui stiamo esaminando i resti, collocata in una posizione così elevata e ben visibile da lontano, quale è in e etti la sommità di Serravuda, dovette produrre un particolarissimo e etto estetico: mura con superfici riflettenti, dai bagliori molto simili, a causa della vetrificazione e dei minerali in essa contenuti, a quelle del lucido bronzo.

Al di là di ogni suggestione, forse e a questo punto non semplicemente letteraria, sono queste, in estrema sintesi, le caratteristiche al momento note e ipotizzabili del misterioso edificio esistente su Serravuda.

Ben presto, indagini archeologiche mirate provvederanno a svelarne consistenza, forma e funzione nel periodo, che appare essere stato molto lungo, durante il quale esso rimase in uso. Un dato alla fine è certo: ci troviamo di fronte all’esito di una tecnologia che risulta sconosciuta, anzi unica, fra quelle usate dai più celebri e celebrati popoli del Mediterraneo antico. Ma, occorre aggiungere, la straordinarietà della scoperta non si limita all’aspetto tecnologico. E il riferimento al poema omerico non è qui casuale o gratuito.

Infatti, allo stato attuale delle nostre conoscenze, questo antico monumento risulta realizzato tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro, cioè in un’epoca che precede di varie generazioni lo sbarco dei primi migranti greci sulle coste ioniche della Calabria.

Questa cronologia, assieme alla posizione geo-topografica del sito, ci porta inevitabilmente all’identificazione degli artefici di un’impresa tanto ardua, detentori senza dubbio, e in un’epoca così remota, di speciali conoscenze mineralogiche e metallurgiche: si tratta, sorprendentemente, dei primi abitatori storicamente documentati di queste terre, dei quali le fonti antiche, in modo concorde, tramandano il nome, che è quello degli Enotri.

Ne abbiamo per ora conferma da indagini specialistiche effettuate per datare il processo di vetrificazione, indagini di cui sono in corso ulteriori approfondimenti, ma soprattutto grazie al ritrovamento di un oggetto in ferro cesellato (forse la parte di un’arma) conservatosi integro, cioè eccezionalmente non ossidato, proprio per il fatto di essere stato collocato all’interno della vetrificazione stessa.

Non è eccessivo considerare volontario questo inserimento (l’oggetto metallico era prezioso per l’epoca), una sorta di firma lasciata dagli antichi costruttori. Dunque, come ognuno può ben comprendere, il sito di Serravuda ci pone davanti a prospettive di studio e di ricerca prima d’ora impensate e impensabili. Chi furono veramente gli Enotri? Quale il grado della loro civiltà? Davvero, come molti ancora ritengono, furono piccoli gruppi di uomini provenienti dalla sponda opposta del mare (la cosiddetta colonizzazione greca) a civilizzare le popolazioni locali? Non dovremmo piuttosto pensare a un fenomeno molto più complesso, vario e prolungato nel tempo, di accoglienza, interazione e arricchimento reciproco? Come in e etti sarebbe stato altrimenti possibile realizzare proprio qui, su queste terre, quella sintesi storica di elevata cultura e prosperità, alla quale gli antichi, non certo a caso, attribuirono il nome di ‘grande’ Grecia? Se infine, come si deve, osassimo puntare il riflettore sul sito della scoperta, altre sorprese ci attendono: Serravuda è in una posizione dominante rispetto alle vie che dalla piana dove sorse la ricca e potente Sybaris conducevano direttamente all’Altopiano silano, un territorio non banalmente montano, ma dispensatore di ogni tipo di risorsa agricola e naturale.

Precise considerazioni di ordine storico-geografico, accanto a quelle archeologiche, ci costringono a ritenere che proprio gli abitatori dell’Altopiano, socialmente strutturati e organizzati politicamente, furono gli abili artefici di cui stiamo parlando e dei quali non ci stancheremo di seguire le tracce.

Al punto in cui ci troviamo, si prospetta dunque una ‘grande’ avventura, eminentemente scientifica, ma anche di inestimabile valore per il territorio e per i suoi attuali abitanti. E siamo soltanto agli inizi.

Associazione A,C,R.I.

Per la documentazione sul sito di Serravuda, per la tipologia dei materiali, gli studi e ettuati e in
corso, le ipotesi scientifiche, è da consultare una recentissima pubblicazione patrocinata in modo
congiunto dall’associazione A.C.R.I. e dal Comune di Acri:
Massimo Di Salvatore – Gianluca Catanzariti, Serravuda di Acri. Indagini, proposte e prospettive
di studio e di ricerca, Acri 2026
(testo della scheda a cura di Massimo Di Salvatore, 24 aprile 2026)

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