La “Storia” non lo dice 1870 – La Repubblica Universale di Filadelfia (V.V.)

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La “storia” si sa riporta, in ogni tempo, quanto fa comodo ai vincitori. Il resto? Si occulta, anche se all’epoca dei fatti suscitò non poco scalpore e meraviglia.

Uno di questi fatti, dei quali non si parlò e non s’è scritto avvenne in Filadelfia (V.V.) dove, il 7 maggio 1870, si occupò il Comune e si proclamò la Repubblica Universale. S’innalzò la bandiera repubblicana e si emise una carta moneta col motto mazziniano: “Dio e Popolo”.

Il movimento fu represso nel sangue dal 63° fanteria. Alla fine si contarono 8 morti e 24 feriti.

Meno male che i Savoia non reprimevano le insurrezioni con la forza delle armi!

Così ci hanno insegnato e si continua a insegnare a scuola.

Sui fatti il Ministro dell’Interno, Lanza, aveva fatto un’informativa alla Camera il 9 maggio. Cediamo la parola – si fa per dire – ad atti ufficiali.

Nella tornata della Camera del 20.5.1870, presieduta dall’avv. Giuseppe Biancheri, l’on. Luigi Miceli rivolge al Presidente del Consiglio dei Ministri e ministro degli Interni, Lanza, un’interrogazione sui fatti:

“Io non intendo con questa interrogazione di parlare sul movimento insurrezionale avvenuto, or sono pochi giorni, in Calabria, ma solo di chiedere al Governo spiegazioni sull’episodio sanguinoso che ebbe luogo a Filadelfia nella repressione di quel moto, le cui origini e conseguenze dovranno, a mio avviso, essere oggetto di profonda discussione. I giornali calabresi, e proprio quelli di Catanzaro e di Monteleone (ndr odierna Vibo Valentia), hanno pubblicato il fatto gravissimo che, dopo successo fuori di Filadelfia lo scontro con gli insorti, e dopo che questi eransi già avviati per ricoverarsi nella montagna, penetrate le truppe nel paese, accadde la uccisione di cinque individui ed il ferimento di altri dieci o dodici. Abbiamo i nomi, i cognomi, la professione e l’età degli uccisi e dei feriti; e basta soltanto annunziare il sesso, l’età e la professione di quegli infelici, per essere convinti che non potevano essere insorti. Il fatto, come vedete, è più che deplorevole.

Se le truppe dovevano combattere l’insurrezione, nessuno di voi porrà in dubbio che in simili casi non vi è rigore e scrupolosità sufficiente, perché le pubbliche calamità non prendano proporzioni eccessive. Limitandomi a questa breve esposizione, prego il signor presidente dei ministri di dirmi se egli ha ricevuto rapporti dalle autorità locali sul grave incidente; se li ha ricevuti, quali spiegazioni se ne danno, in qual modo le autorità locali rappresentano un così deplorevole avvenimento, ed in fine quali misure, tanto le autorità locali quanto il Governo, abbiano preso sul proposito.

È anche pubblico, per giornali e corrispondenze private degne di piena fede, che a Filadelfia nella casa del signor Serrao, credo sindaco della città, fu commesso un furto con qualifiche molto gravi, insomma c’è stata devastazione. Ho letto con molto compiacimento che si è subito istituito dall’autorità militare un processo per un furto avvenuto in quel giorno; non so con certezza se si tratti del furto a danno del signor Serrao, ma lo immagino. Prego l’onorevole ministro a dirmi qualche cosa anche riguardo a questo particolare, e spero che le sue parole riescano molto utili, mitigando nel paese la sinistra impressione che hanno dovuto produrre quei fatti, con la solenne assicurazione che il Governo e le autorità locali vegliano alla osservanza di tutte le leggi”.

L’interrogazione del calabrese Miceli non dice il motivo dell’insurrezione, ma della degenerazione seguita ai fatti. La cosa grave è che alla repressione sia seguito – dice l’oratore – il furto. Da parte di chi?

Come mai di un fatto così notevole non se ne parla nei libri di “storia”? È una vergogna da occultare!

Tutto, subito, si rivela interessante.

Diremo, però, altra volta il seguito della vicenda.                                                                                            

Giuseppe Abbruzzo

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