Vincenzo Talarico

Bata - Via Roma - Acri

Abbiamo pensato di avviare le pubblicazioni della nostra rubrica, ricordando un grande giornalista, scrittore, sceneggiatore, attore, che ha reso onore alla sua terra.

VINCENZO TALARICO

Vincenzo Talarico (Acri 1909 – Fiuggi 1972), è stato un fulgido esempio di uomo di cultura poliedrico, assiduo frequentatore dei caffè letterari di Via Veneto negli anni della cosiddetta “dolce vita”.

Era nato, come accennato, ad Acri nel 1909. Aveva compiuto brillantemente gli studi classici presso il “Liceo-Ginnasio” di San Demetrio Corone (CS) – che aveva formato non pochi intellettuali e patrioti nel corso del XIX e XX Secolo (penso a Domenico Mauro e altri) -, tanto da risultare uno dei cento alunni più meritevoli, selezionati in tutte le scuole del Regno per un viaggio d’istruzione premio in Egitto e Grecia.  S’iscrisse, quindi, alla Facoltà di Giurisprudenza a Roma. Lui avrebbe voluto fare Lettere ma non si oppose al volere dei suoi.

Non terminò mai gli studi, dedicandosi, da subito, al giornalismo e, più tardi, al teatro. A soli ventiquattro anni, nel 1933, pubblica il suo primo lavoro, “Vita romanzata di mio nonno” –Novelle– (1).

Si tratta di una raccolta spassosissima di racconti, di cui il primo dà il titolo all’opera.

Nel periodo tra l’affermazione del fascismo e il secondo dopoguerra la produzione di romanzi subisce un forte incremento e si sviluppano diverse forme narrative: quella “alta” e destinata a un pubblico d’élite e quella di massa e di propaganda del regime. In questo periodo storico il romanzo oscilla tra classicismo e tradizione moderna; conosce una fase di grande popolarità il romanzo di fantasia e d’invenzione surreale.

In “Vita romanzata di mio nonno”, Talarico mostra di avere in parte subìto le influenze delle avanguardie. La sua produzione narrativa, in quella fase, è caratterizzata da un “realismo magico”, che ha l’obiettivo di fornire delle “favole” al grande pubblico, facendo emergere aspetti della vita, reali e fantastici, anche inconsci, attraverso l’uso dell’ironia.

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(1) “Vita romanzata di mio nonno” (Casa Editrice “Quaderni di poesia” di Emo Cavalieri  – Milano – Como – 1932 – X).

Si trattava di tematiche comuni a molti autori di quel periodo: penso a Massimo Bontempelli (1878-1960), ad opere come “La scacchiera davanti allo specchio” (1922) ed “Eva ultima” (1923). Penso anche a Dino Buzzati (1906-1972) e al suo “Il deserto dei Tartari” (1940), in cui viene sottolineato il “non senso” dell’esistenza.

Lo stile narrativo di Talarico è percorso da un’originale vena satirica e da un irresistibile senso del grottesco, elementi attraverso cui stigmatizza gli aspetti paradossali della realtà a lui contemporanea.

Nell’introduzione al primo romanzo, parlando della scelta di fare Giurisprudenza e del fatto di non avere completato gli studi, adduce, a giustificazione del tutto, un aneddoto curioso, da cui già traspare la vena satirica e la straordinaria autoironia. All’atto di partire per Roma, si presentarono da lui una vedova e la giovane figlia, la quale era stata disonorata da un signorotto locale. La madre chiese al Nostro quanti anni ci sarebbero voluti perché lui si laureasse. “Quattro anni”, rispose prontamente Talarico. “Bene, aspetteremo! Non appena ti sarai laureato, mia figlia metterà in atto il suo proposito di vendetta, uccidendo chi l’ha disonorata e tu ne assumerai la difesa, sarà la tua prima cliente”.

La vicenda mise in crisi Talarico, al punto che si guardò bene dal laurearsi per non mettere a repentaglio la vita del signorotto, che, finché lui non avesse conseguito il titolo, avrebbe potuto dormire sonni tranquilli.

Di Talarico giornalista, vincitore nel 1963 della “penna d’oro” per il giornalismo, si è detto molto.

Ha alternato i ruoli di redattore, critico teatrale, inviato speciale, presso i principali quotidiani italiani, da Il Resto del Carlino a Il Messaggero, da La Stampa a Momento Sera.
 Negli anni le sue collaborazioni con quotidiani e riviste divennero sempre più numerose e qualificate, spaziando dalle rubriche su L’Europeo a quelle su Epoca e Vie Nuove, la rivista di cultura e società fondata da Luigi Longo nel 1946, la stessa che ospitò i più noti “dialoghi” con i lettori di Pier Paolo Pasolini, poi raccolti nel libro Le Belle bandiere.

Nel cinema ha esordito come sceneggiatore con il film Senza cielo del 1940, diretto da Alfredo Guarini. Ha collaborato, poi, come sceneggiatore in circa una trentina di pellicole tra cui: Il Brigante Musolino, Pane amore e gelosia, Il Moralista, Gli anni ruggenti, Il medico dei pazzi e Totò cerca casa.
 Spesso, per insistenza di attori o registi suoi amici, accettava anche parti da “non protagonista”, interpretando l’Onorevole Boggiani in “Un americano a Roma” o avvocaticchi di provincia che in quegli anni popolavano le aule delle preture o dei tribunali, assumendo toni enfatici e ridicoli.

Fu attivo anche alla Radio come sceneggiatore dell’originale Lo Scialle di Lady Hamilton, e in televisione, quando scrisse con Ugo Pirro lo sceneggiato Luisa Sanfelice e apparve, nel 1967, in Il Circolo Pickwick di Ugo Gregoretti.

Allo sceneggiatore/attore è stato dedicato ampio spazio da parte della Fondazione Padula con serate e con la pubblicazione di un volume ricchissimo di contributi e testimonianze (2).

A me preme mettere in risalto il Talarico romanziere, anticipatore di temi e stili moderni, che troveranno più ampio spazio e diffusione nei decenni successivi a partire dagli anni Ottanta, con il radicarsi di un nuovo stile narrativo – di cui il nostro era stato anticipatore – e che troverà in autori come Italo Calvino (“Se una notte d’inverno un viaggiatore”) e, più tardi, in Umberto Eco i protagonisti di un nuovo modo di narrare.

Lo stile di Talarico si contraddistingue quanto a freschezza narrativa e sottile ironia, che rendono la pagina scritta quanto mai piacevole e scorrevole.

La vita e lo stile di Talarico impongono, d’istinto, un parallelismo con un altro grande intellettuale di quegli anni, suo amico: Ennio Flaiano.

Flaiano era nato a Pescara nel 1910 e, ironia della sorte, morì lo stesso anno di Talarico (1972), appena tre mesi dopo per la stessa causa (infarto fulminante). Nell’ultima pagina del suo “Diario degli errori”, Flaiano, a cinque righe dalla fine, scriveva: “16 agosto – morte di Vincenzo Talarico – buon amico” (3).

Talarico, come Flaiano, ha intrecciato la propria vita a quella della “Città eterna”: entrambi sono stati testimoni degli anni fervidi della “dolce vita”. Un numero notevole d’intellettuali, poeti, scrittori, registi affollavano fino a notte fonda i caffè di “Via Veneto” e di Piazza del Popolo, divenendo i testimoni più efficaci di quel periodo fecondo del cinema italiano (che approderà in America), così come del teatro e della letteratura.

Talarico, come Flaiano e altri, apparteneva a quel gruppo d’intellettuali fieri ed estremamente innamorati della loro indipendenza e della loro libertà, equidistanti sia dal P.C.I. che dalla D.C. . Giravano per i caffè del centro in quella Roma fervida fino all’alba, quando consideravano chiusa la loro giornata e si abbandonavano alla condanna del letto, alla cecità del dormire, alla scommessa dei sogni. L’indomani, in tarda mattinata o al primo pomeriggio, si ritrovavano in quegli stessi luoghi. Si abbracciavano come esuli di ritorno da qualche terra lontana. Dispersi dal sonno obbligato, tornavano a ricostruirsi, sfociando nei caffè come un fiume carsico finalmente riemerso.

Talarico si compiace nell’apparire acre, diretto e tragico nella rappresentazione della realtà e dei suoi protagonisti, a volte surreali e grotteschi, di cui si serve per dare un’immagine quanto mai lucida e divertente, pur nella drammaticità che alcuni di essi mal celano.

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(2) V. Talarico – “Un calabrese a Roma” – (a cura di Antonio Panzanella e Santino Salerno – Rubbettino 2007).

(3) E. Flaiano “Diario degli errori” – (Adelphi – X edizione (2013) p. 170.).

Uno stile ironico e pungente, che gli valse, nel volume mussoliniano “Il bastone e la carota”, l’appellativo di “ignobile libellista” da parte di Mussolini, a proposito di alcuni suoi scritti sugli amori del duce (Mussolini in pantofole (1944); Claretta fiore del mio giardino (1944); Pasquino insanguinato (1944), quest’ultimo dedicato all’occupazione tedesca di Roma). In quello stesso periodo uscirà “Vita di Scandeberg”, una biografia quanto mai lucida e brillante sul famoso condottiero arbëreshë (4). Degli articoli ironici sul regime e sugli amori del Duce fu, in un primo momento, accusato Indro Montanelli, che rischiò la fucilazione, mentre Talarico fu costretto a vagare tra Abruzzo, Puglia e Campania per scampare alle rappresaglie fasci/naziste.

Spesso erano eventi del quotidiano, politico o di costume, a stuzzicare la sua curiosità e a far sì che colpisse con la sua ironia ogni aspetto, visto sovente dall’osservatorio privilegiato di redattore, direttore o curatore di rubriche per importanti testate. Era, tra l’atro, responsabile di una rubrica (Il gazzettino romano) su “Momento sera”, un quotidiano che usciva al pomeriggio. Da quella scrivania sarebbero usciti una serie di articoli, molti dei quali raccolti nel volume “I passi perduti” (1967 – Immordino Editore).

 “Vittime” erano i politicanti che coltivavano le loro clientele davanti a Montecitorio (i passi perduti era, appunto, il nome dato al corridoio del Parlamento), uomini di spettacolo, intellettuali, attori. Nessuno veniva risparmiato dal suo “humor” pungente, dalla sua visione carica di ilarità. “Personaggi noti e addirittura celebri si alternano in questa scintillante galleria, ad altri meno conosciuti o addirittura oscuri. ….Molti che si ritroveranno in questo “pellegrinaggio” dell’autore tra via Veneto, piazza del Popolo e Montecitorio (…) forse, in un primo momento, se la prenderanno a male. Ma è certo che molto più a male se la prenderanno coloro che, per parafrasare il Manzoni, “dovran dir, sospirando: Io non c’era!” (5).

Leggendo queste righe, viene da pensare a una sorta di Cirano dei tempi nostri: “Venite pure avanti / voi con il naso corto, /signori imbellettati io più non vi sopporto. Infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio, / perché con questa spada vi uccido quando voglio”.  

Non il naso ma un esoftalmo destro, esito infantile di un flemmone all’occhio,  conferiva al nostro un aspetto fisico particolare (su cui egli stesso ironizzava), e che rende il paragone con il noto “cadetto di Guascogna”, nato dalla penna di Ronsard, ancora più calzante.

Luigi Pandolfi, in un suo articolo dal titolo “Il libertarismo di Talarico”, sottolinea “…il carattere irriverente, un po’ guascone, del nostro. Quel carattere che costituirà la cifra del suo impegno civile, come intellettuale poliedrico e fuori dal coro, mai prono alle convenienze del momento. Non è un caso che il suo nome venga di sovente associato, insieme a quello di Longanesi, al termine “libertarismo”, in una sua ____________________________________________________________________

(4) “Vita di Scandeberg” (Collezione n. 2 Albania. Soc. Naz. Dante Alighieri – 1944).

(5) V. Talarico “I passi perduti” (1967 – Immondino Editore) – (Dall’Introduzione al volume, pag 5).

accezione de-ideologizzata e de-storicizzata. Libertarismo inteso come individualismo assoluto, rifiuto delle etichette e dei compromessi morali, vitalismo anarcoide. In fondo i temi che ritroviamo, più prosaicamente, in termini per così dire “leggeri”, alla base di celeberrimi film come I vitelloni e La Dolce vita, pellicole indimenticabili sulla ritrovata voglia di vivere nell’Italia della ricostruzione e del boom economico, ma anche specchio di quell’Italia che a Ennio Flaiano fece dire: “La nostra generazione l’ha preso in culo. I preti da una parte, i comunisti dall’altra”..”  (6).

Nel 1958, all’indomani dell’approvazione della “Legge Merlin”, partorirà un lavoro bellissimo, “Le escursioni degli intellettuali” (7), nel quale si diverte a descrivere la nostalgica malinconia di molti uomini di cultura nell’ultimo giorno di apertura delle case chiuse. Estremamente divertente la descrizione del “commiato” di Mario Soldati e suo in uno dei bordelli più famosi e chic della Roma bene, quello di via degli Avignonesi.

Questo stile e questa ironia si ritrovano, con maggior forza e maturità, in “8 settembre Letterati in fuga” (8). Il romanzo ripercorre le funambolesche vicende degli intellettuali romani, costretti a rifugiarsi dopo l’8 settembre per sottrarsi ai tedeschi. Tra i protagonisti, oltre a Talarico, troviamo Diego Calcagno, Ercole Patti, Vitaliano Brancati, Mario Soldati, Sandro De Feo, Leo Longanesi, il poeta Vincenzo  Cardarelli.

Emergono, in molti casi, umanità fragili e, a volte, personalità mediocri.

Sottolinea acutamente, ancora, Luigi Pandolfi (ibidem): “..A ben vedere la “fuga” in questo lavoro è forse intesa anche autoironicamente, e metaforicamente, come passaggio camaleontico di una certa intellighenzia italiana dal fascismo all’antifascismo, dopo la caduta rovinosa del regime.”

E Giovanni Russo sottolinea giustamente nell’introduzione alla ristampa del volume: “Il diletto con cui si leggono questi racconti, intessuti d’ironia e aneddoti, dimostra come Talarico, col sorriso sulle labbra, riesca a essere un cronista che guarda le vicende e le persone in una prospettiva che esce dai limiti della cronaca per diventare letteratura”.

Elena Croce, ricordando una sua visita ad Acri, parla di Vincenzo Talarico come di un uomo di grandissima cultura. La Croce lo descrive, in un articolo apparso, nel 1975 su “Confronto” – periodico democratico d’informazione e di dibattito politico-culturale, pubblicato ininterrottamente, con periodicità mensile, dal marzo 1975 al dicembre 2014 e diretto da Giuseppe Abbruzzo -, come “…personalità straordinariamente ambivalente: a un tempo radicato a Roma e rimasto, comunque, sentimentalmente legato in patria. Acri era costantemente nei suoi discorsi…” (9).

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(6) L. Pandolfi: “Il libertarismo di Talarico” , pubblicato il 13 gennaio 2013 sul sito ”Calabria on web”.

(7) V. Talarico: “Le escursioni degli Intellettuali” (Tratto dal Volume “Quando l’Italia tollerava” a cura di G. Fusco. Ed. Canesi 1965).

(8) V. Talarico: “8 settembre, letterati in fuga” )(Edizioni Nanni Canesi, 1965 – Ristampa anastatica della F. Padula – Rubbettino 2003).

(9) (Confronto): (anno I n. 5, pag. 3)

Talarico scomparve improvvisamente a Fiuggi, dove si trovava in vacanza, il 16 agosto 1972. Aveva appena terminato una sua ultima fatica, rimasta introvabile per anni. Fu “scoperta”, poi, tra le carte di Ennio Flaiano e fornita dalla vedova di quest’ultimo: si tratta di una farsa, “La giornata del poeta” (10), a firma di Vitaliano Brancati e Vincenzo Talarico. Non è difficile cogliere nel poeta-protagonista Vincenzo Cardarelli, non infrequentemente vittima dell’ironia di “Vincenzino”.

Alla sua morte, il quotidiano “Momento sera” istituì un premio nazionale “V. Talarico”, della cui giuria facevano parte molti intellettuali suoi amici, tra cui Edoardo De Filippo, Vittorio Gassman, Ercole Patti e Giampiero Vigorelli.

In conclusione, la grandezza e insieme la grande eredità di Talarico sta, a mio modesto avviso, nella notevole lezione di stile di vita che lascia. Un intellettuale equidistante da qualsiasi forma di dipendenza o di autoritarismo, che guarda con occhi sornioni, carichi d’ironia e insieme di compassione, ai tanti voltagabbana, i cosiddetti uomini per tutte le stagioni.

E “morte lo scampò dal veder peggio” (11).

                                                                                  Massimo Conocchia.

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 (10) V.Talarico e V. Brancati: “La giornata del poeta”, farsa. (Da V. Talarico, un calabrese a Roma – a cura di A. Panzanella e S. Salerno, p. 186).

(11) G. Leopardi – I Canti: III – Ad Angelo Mai, quando ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica.

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