Le rocce fuse del monte Serravuda: un grande enigma

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La ricerca scientifica, per spiegarsi un fenomeno sconosciuto o per fare luce su un enigma, non può che rivolgersi al campo delle ipotesi, scegliendo quelle più probabili in relazione alle conoscenze acquisite dal singolo o dall’equipe di ricercatori per, poi, verificarle con le analisi e con la strumentazione tecnologica più indicata.
Quando non si ha alcuna informazione si agisce necessariamente per tentativi, e non è sempre detto che la prassi faccia perdere tempo o sia controproducente; a volte, in presenza di ricercatori geniali, l’osservazione del fenomeno, la necessità di interpretarlo e l’intuizione personale conducono ad avere risultati teorici con largo anticipo rispetto alla scienza ufficiale, che solo dopo tempo li accetterà.
Nel nostro caso, il prof. M. Bertolani, ordinario di Petrografia nell’Università di Modena, propendeva per un impatto di un meteorite avendo rilevato nella sua nota scientifica “An enigmatic outcrop of vitrified rocks near Acri (Cosenza)” (Bollettino Società Geologica Italiana, 91, 1972, 683-692, 7 ff.) strutture planari nei granuli di quarzo (“Rimangono due ipotesi possibili ciascuna basata su un evento naturale eccezionale: l’impatto di un meteorite o di una folgorazione. L’intensa fratturazione, con risultanti strutture planari di quarzo, e la vastità del fenomeno sembrerebbero favorire l’ipotesi di rocce d’impatto” – “There remain two possible hypotheses each based on an exceptional natural event: the impact of a meteorite or fulguration. The intense fracturing, with resultant planar structures of quartz, and the sheer extent of the phenomenon would seem to favour the hypothesis of impact rocks.”).
Il prof. Giampaolo Sighinolfi, ordinario di geochimica dell’UNIMORE in pensione, nel settembre scorso, ha considerato attendibile anche l’azione di forti scariche elettriche sui materiali. Egli, da esperto ricercatore, si accinge a verificare detta ipotesi, che richiede tempo ed una equipe di ricercatori specializzata oltre ad essere motivata. Se daterà la fusione delle rocce di Serra Vuda ed appurerà che sono attribuibili ad una mega fulgurite, gli archeologi interessati a studiare il territorio di Acri dovranno escludere l’idea che tale fusione possa essere dovuta all’attività dei popoli antichi per ricavarne metalli, per come facilmente si potrebbe pensare. Se queste supposizioni saranno accertate, la sommità del Monte Serravuda risulterebbe un geosito eccezionale, perché nel mondo ci sono solo 3 o 4 affioramenti di mega fulguriti e gli archeologi potrebbero dedicarsi a datare e a correlare i numerosi ritrovamenti ceramici e metallici rinvenuti sul territorio acrese, prima di impegnarsi in altri scavi, per poter aggiungere un’importante pagina alla storia dei popoli dell’antica Enotria.

Francesco Foggia

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