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Acri d’altri tempi: figure e mestieri scomparsi.

Acri ha avuto, per buona parte del Novecento, un assetto prevalentemente agricolo e, fino agli anni ‘70 del secolo scorso, vi sono resistiti personaggi e figure, oggi scomparsi, che erano parte integrante di un mondo rurale, a tratti incantato per il suo anacronismo, il suo procedere lento ed incurante di come altrove andassero le cose. Le meravigliose foto postate ogni giorno sul nostro sito da Antonio Biagio Serra, ci hanno indotto a rievocare parte di quel mondo, con amore e un pizzico di nostalgia. Determinate figure vanno necessariamente ricordate perché danno maggiormente il segno dei tempi. Personaggi di prim’ordine in una società agricola e preindustriale erano alcuni come, ad esempio:
– ‘U mudettìeri: era facilmente riconoscibile per una fascia nera, passata attorno alla vita, che serviva a sostenere  i lombi e la schiena. I muli erano animali insostituibili per il lavoro nei boschi, resistenti alla fatica, in grado di procedere per sentieri impervi. I muli – e i mulattieri – sono resistiti per lungo tempo dopo l’avvento della meccanicizzazione dei trasporti e, negli anni ‘50, hanno affiancato i camion in lavori importanti come la costruzione del lago artificiale di Cecita e la diga per la centrale idroelettrica del Mucone.
– ‘U capillàru: si trattava di un personaggio che si aggirava per i rioni e scambiava i capelli delle donne – quelli che cadevano durante la pettinatura – con materiali in plastica (moplen), palloncini o altri giocattoli. Non era ancora stata scoperta la cheratina sintetica e i capelli, dopo lunga lavorazione, venivano usati per le parrucche.
– ‘U stagnìnu: prima dell’avvento, nell’ultimo quarto del Novecento, dell’acciaio inox, il pentolame da cucina era costituito essenzialmente da rame o alluminio. Nell’immediato dopoguerra si erano verificate delle morti d’interi nuclei familiari per via dell’ossido di rame e di alluminio, che si produceva lasciando i cibi a lungo in quel tipo di pentolame. Si era, pertanto, corso ai ripari attraverso la copertura delle stoviglie con stagno. Lo stagnaro era, pertanto, figura essenziale. Si posizionava in strada con un piccolo fuoco, stoppa e stagno, pronto all’opera per garantire stagionalmente il rifacimento dell’interno delle pentole con uno strato di stagno, che serviva ad impedire il contatto diretto del cibo col rame o l’alluminio. 
– ‘U ‘mpagliasèggi: si trattava di una figura in grado di rifare il fondo delle sedie, che, in passato, era fatto di paglia, per cui, periodicamente cedeva. Era una figura poliedrica, nel senso che era contestualmente conzaumbrèlle, ossia in grado di aggiustare gli ombrelli danneggiati.
U carbunàru: era una figura importante in un tempo in cui l’unica fonte di riscaldamento e di energia per la cucina era la legna. Il carbone serviva come co-combustibile e, pertanto, utile ad allungare la sopravvivenza della materia prima.
D’arrotinu:  fornito, in tempi più recenti, di lambretta, sfruttava i giri della ruota della moto per collegarla con una cinghia alla pietra per la molatura. Il progressivo calo dei costi dei coltelli ha messo in crisi questa figura, ormai scomparsa o quasi.
– ‘U Varbìeri: era una figura totalmente differente dall’attuale parrucchiere per uomo. In genere poliedrico, si occupava di barba e capelli ma era, al contempo, dentista; era colui al quale ci si rivolgeva per avulsioni dentarie o, in qualche caso, anche microincisioni e altre pratiche oggi demandate al medico o all’infermiere.
– ‘A fìmmina pratica: era una figura molto importante, alla quale ci si rivolgeva per le necessità più varie. Era in grado di trattare lussazioni, traumi. Era, al contempo, pratica di assistenza al parto. Non infrequentemente curava “l’affascinu” o i porri (o verrucche) esponendo il soggetto alla luce della luna piena e recitando carmi “ad hoc”.
Di altre figure, come ‘U jettabànnu, abbiamo già scritto in precedenti occasioni.
Questa  carrellata di personaggi e figure serve a darci la dimensione di come il nostro mondo sia cambiato, per certi versi abbastanza rapidamente, e di come l’evoluzione sia stata come una macchina trituratrice, che ha distrutto il passato senza permettere di serbarne memoria. Il recupero della nostra memoria è passaggio essenziale per preservare la nostra identità di popolo e, per certi versi, la nostra dignità storica. Serve, in buona sostanza, a farci capire chi eravamo e da dove veniamo. Non tutto, in quel mondo, era arretratezza e degrado. C’era un patrimonio culturale, umano, che andava per lo meno recuperato nella sua dimensione storica e antropologica.

Massimo Conocchia

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