Mio padre

Bata - Via Roma - Acri

Mio padre, un sognatore!

In un paese più a sud di Eboli, lontano, mitico, poetico, come era Acri ancora polveroso a fine anni ’70 non c’era la strada (e sicuramente non c’è ancora quella che può dirsi tale!)  mio padre sogna autobus che trasportino, da ogni contrada, anziani e ragazzi in paese.  Il primo autobus e poi, con tanti sacrifici, il secondo, il terzo….

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Mio padre, un uomo che si è fatto da sé: “Ho ricevuto in dote solo una damigiana di vino!”

Chi vi scrive, con molta dignità, può raccontare i tanti sacrifici fatti nell’ attendere autobus da far subito ripartire! Ricordo le giostre parcheggiate davanti all’Ospedale non ancora inaugurato, avevo 11 anni e non ero lì per salirvi sopra. Ero lì in uno slargo improvvisato, insieme a mia madre (in attesa di mia sorella Angela!), a sistemare il primo autobus da noleggio. Una collaborazione sentita, non pretesa o dovuta, ma dettata dall’attaccamento all’idea di famiglia.

La mia adolescenza è stata lieta e spensierata, non mi è mancato nulla. Le giostre spente e malinconiche di allora, desolate come in una giornata di decomposta fiera, non le rimpiango; ma rivendico il diritto di poter camminare a testa alta.

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Mio padre, un fatalista: “Era scritto nei libri.”

Con grande disappunto dei suoi genitori, già da qualche anno mio padre aveva lasciato l’insegnamento. Ricordo lo sguardo severo e preoccupato di mio nonno che lo seguiva a distanza, con la trepidazione con cui si segue un figlio discolo e ribelle. Non riusciva a comprendere perché lasciare il certo per l’incerto. Mia nonna, invece, gli perdonava tutto con un sorriso e con quella luce negli occhi che brillavano di orgoglio.

Il suo destino era Essere imprenditore, non fare l’imprenditore. Il suo destino era Essere ardimentoso eroe di mille imprese! Ripensandoci, con mia madre hanno sempre formato una coppia eroica. Non è facile essere il fido scudiero di un Don Chischiotte!

A mio padre devo riconoscere di aver avuto un coraggio epico in un deserto di opportunità! Dal nulla è riuscito a dare lavoro a tanti, fino ad arrivare nel tempo ad avere più di 50 dipendenti contemporaneamente. Ha offerto così sostentamento ad altrettante famiglie. Tutta gente onesta, integra nel cuore e nel cervello. Persone semplici nella prima radice, che masticavano poco l’italiano e certamente per nulla le lingue straniere.

Quarant’ anni fa alcuni dei suoi dipendenti avevano solo attraversato il Mucone o il Crati, altri avevano varcato solo il Pollino e mai le Alpi! Potrei narrare molti aneddoti che colpivano allora la mia mente infantile.  Spesso all’alba giungevano telefonate degne di essere portate in palcoscenico. Erano conversazioni improbabili, nell’uso e negli accenti, tra il “nostro” autista (un impacciato “passator cortese”) e le ligie guardie di frontiera. In quei miei assonnati dormiveglia, ricordo mio padre in pigiama che si improvvisava interprete bilingue fra gli interlocutori! Traduceva, nel migliore dei casi, dall’italiano al dialetto e viceversa, come amava dire: “a orecchio”. Conosceva all’occorrenza anche il francese, alla Totò! Ricordo il suo tono, mai divertito e allo stesso tempo (incredibilmente!) mai preoccupato. Nel riporre la cornetta del telefono s’impettiva, fiero di aver compiuto lo stesso miracolo di paracadutare con successo qualcuno su Marte.

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Mio padre, generoso alla follia: “Ho una pensione sociale!”

Oggi, molti di quei “pionieri” che si sono imbarcati con lui nell’impresa di famiglia possono vantare una pensione da autoferrotranviere! È cresciuta la professionalità della nuova generazione che ha avuto la fortuna di lavorare gomito a gomito in azienda con i propri padri. Infatti, per più membri della stessa famiglia mio padre ha spalancato sempre con generosità le porte, offrendo l’opportunità di lavorare letteralmente sotto casa. Ha perpetrato con convinzione una forma incredibile di nepotismo rovesciato!

Ripenso spesso al significato di gratitudine e generosità e ai loro opposti, ma è un groviglio! Mio padre ha praticato sempre i primi e rifuggito i secondi con una tenacia e una ostinazione tale da rasentare la dabbenaggine. Ha dato più di quanto abbia ricevuto. Non c’è parrocchia, campanile o ostello che non abbia usufruito del suo grande cuore: spolette, navette, trasbordi. Tutto gratis e in cavalleria!

In Azienda ha comandato sempre lui “le feste e le quarant’ore”, non nel senso che si potrebbe comunemente intendere, piuttosto andando contro i suoi stessi interessi:

“ Il 30 ottobre chi si chiama Angelo non lavora!

<<San Giuseppe, tu che sai quant’ soffron l’operai…>> Quindi…. a San Giuseppe officina chiusa, sempre o fintanto che decido io.

Il Venerdì santo c’è la Processione.”

Ovviamente, tutto senza intaccare permessi, ferie o dar luogo a riduzioni di sorta! Felice di riscuotere la sua pensione di artigiano.

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Mio padre, un visionario: “ U figliu mutu sudu a mamma ‘u capiscia!”

La sorte gli ha dato in dono quattro figlie, ma anche in questo caso ha fatto in modo di prendersi gioco del destino! Egli ha sognato in grande nel ricoprire la carica di Presidente dell’Acri calcio. Si è circondato in tal modo di tanti e adorati “figli” maschi, li ha viziati e coccolati come ha fatto con noi. A Ristic, croato d’origine e in iniziale difficoltà con l’italiano, ha sempre ripetuto: “U figliu mutu sudu a mamma ‘u capiscia!” per comunicargli che leggeva anche i desideri inespressi. A lui, come a molti altri, aveva dato una delle sue auto con la quale fece un incidente a causa dell’attraversamento improvviso di un cane, da allora mio padre per rassicurarlo ha sempre ripetuto: “ Cosa dice cane come cavallo?” Migliaia di aneddoti!

Ha amato e accolto tutti, in particolare Salvatore Bonofiglio e per questo si è sempre giustificato dicendo di condividere con lui “altezza”, arguzia e nome di battesimo….; ha accolto in casa nostra i calciatori slavi con le rispettive famiglie; si è circondato di calciatori reggini, di cui ha amato l’intercalare e la baldanza (Mimmo Ventra, Mimmo Bacillieri e Pasquale Lo Giudice) e che sono convolati a nozze con ragazze acresi…..; ha ospitato calciatori campani (Luciano Bove e Della Volpe) che hanno messo per sempre radici in Calabria….

Stagioni d’oro e d’argento che hanno fatto conoscere Acri e la sua tifoseria ovunque!

Ricordo che, a seguito di un torto subito da un arbitro in un incontro di calcio, si recò a Roma a protestare di persona presso la Lega calcio nazionale, quella regionale era per lui evidentemente già “superata”. Ho in mente il fermo immagine della sua irruenza. Ero con lui, mi lasciò in macchina letteralmente davanti alla porta in vetro girevole della Lega, con le ruote parcheggiate sul tappeto d’ingresso. Io all’epoca non avevo ancora la patente, l’usciere incredulo e sorpreso da tanta audacia venne a chiedermi: “Chi è quella furia che è entrato in impermeabile color ghiaccio?” Io rimasi muta, più rossa in viso di un semaforo.

 Bei tempi! Ma…quelle stagioni d’oro e d’argento hanno anche assottigliato le nostre risorse. Tant’è, per me questo il suo unico vizio, forse per tanti di voi  la sua unica virtù!

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Mio padre, un epicureo: ”Ama Dio supra ogni cosa, ma un t’impesari e da casa senza a spisa.”

Si è nella vita stolti o giusti, oculati o indifferenti, generosi o strafottenti. Il limite è nostro, la scelta sta nel cuore o nel cervello. Si è quello che si è deciso di Essere. “Il tempo è galantuomo!”.

Con l’approssimarsi della vecchiaia e il sopraggiungere dei graffi del tempo alle pagine della memoria mio padre è diventato ancor di più epicureo. Pochi piaceri, ma insopprimibili. Lucido nell’ andare verso la meta come un atleta verso il traguardo.

 “ Perso denaro niente perso, perso onore poco perso, perso coraggio tutto perso.”  Fin da bambina, questo il mantra che mio padre mi ha sempre recitato davanti agli ostacoli.

Dei tanti, sembra che amici nun ebbi mai. Ca’ l’uomu pe’ chi benia fra juoco e festa ?………” questo sonetto di Salvatore Scervini è fra i suoi preferiti, insieme al più ironico…” Ti salutu Giuorgiu caru che e piniculi t’abutti….”

Con autoironia li recita spesso entrambi, soprattutto quando in famiglia gli facciamo notare che deve tutelare a tavola di più la sua salute. Risponde, credo per scaramanzia, “ Chiamat a mastru Giuvanni e a Enzuccio…”

E io lo lascio fare. Vuole continuare a giocare d’azzardo con la sua vita, vivendola all’ennesima potenza come ha sempre fatto.

“ Mangia carne de pinn’ e sia cornacchia, ama core gentile e sia na’ vecchia”

Un bicchiere di vino, che dovrebbe evitare su consiglio medico, secondo lui “ tronca tutti gli affanni e allunga la vita per cento anni.”

E dunque, da vero gaudente a tavola, ama dire “…si camp’ cu n’atr annu ca nun muoru, chianghieri mi fazzi o tavernar…!”

Si arriva tutti di buon grado alla fine della corsa: “ Giunto Domenico stazione / avvisate popolo / sparate mortaretti/ non aggiungo “Santo” per non aumentar parole”

Egli sa bene che gli affanni, quando arrivano, sono come un uccello di rapina!

Acri, gennaio 2015 Adele

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