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Nancy

Bata - Via Roma - Acri

Avevo otto, forse nove anni, quando la incontrai per la prima volta.

Era una mattinata d’estate e andavo con mia madre dalla nonna Annina a Ciciaro, con un pacchetto di mele annurche e un immancabile Galbanino. Mia nonna lo amava, più di mio nonno, e lo conservava come una reliquia in un posto che conosceva solo lei. Se le sporcavi il giroletto poteva anche perdonare, ma se dimenticavi il suo Galbanino teneva il muso, fingendo un noioso mal di testa.

Il percorso per andare da nonna era obbligato, dal ponte in legno, accanto al mulino, salivamo per il bosco dei castagni e viburni, attraversavamo la Chiàna seminata a grano saraceno di proprietà dell’altra nonna, Cristina, salutavamo gli amici di Cantari, per arrivare alla castagnella nserta delle Tre Arie, dove ci fermavamo per riposarci e contemplare dall’alto la valle.

Era tutta una macchia ondeggiante di verde con un cuore irregolare di argilla nel mezzo, una cava mai sfruttata dall’uomo. Gli unici ad abitarla erano i rapaci, che volavano indisturbati da una crepa all’altra emettendo dei suoni a dir poco paurosi.

Poco più avanti ci fermavamo alla Putiga, così detta senza una denominazione propria, di proprietà di una signora, ancora giovane e bella, alla quale la malasorte aveva strappato il marito prima del tempo, un giorno come tanti, all’imbrunire, attorno a un tavolo da gioco, unico svago per avventori, uomini onesti, viandanti, galeotti, perché, nei luoghi dove l’unico vento a soffiare era quello della disperazione, capitava sovente alle braccia di una stanza di dovere ospitare tutti, sia per la bontà dell’esercizio del diritto, sia per una reale necessità.

“La malasorte”, questa era la parola sussurrata a noi bambini a mezza voce nei vicoletti di Cantari e Serricella, tacendo una vicenda drammatica che conobbi solo col passare degli anni, causata solo dalla malvagità dell’uomo, non conta chi fosse, come si chiamasse, ma la vergogna era e d è tuttora che fosse stata la mano assassina dell’uomo.

Nella parte alta della cristalliera, davanti a una bottiglia di Strega e varie bomboniere, c’era la foto ritratto del marito, che ci fissava con un’espressione di alterezza. Il bianco e nero del fotografo Milizia, non riusciva a offendere la fierezza di quello sguardo, la lucentezza degli occhi, che non osai mai chiedere di che colore fossero. Attorno alla putigara regnava un’allegra confusione di piatti, tazzine, cocci di legna da ardere, secchi pieni di prodotti dell’orto da regalare a chiunque passasse dalle sue parti.

Che fossimo sazie o digiune non le importava, per cui preparava senza chiedercelo un panino con la mortadella e il provolone piccante, da due forme grandissime e appetibili, quindi ci stappava un’aranciata alla tasca laterale del frigorifero che funzionava anche come apribottiglie e forse anche come porta tappi. Non ricordo. Ma ricordo bene il gesto veloce e naturale verso il viandante di turno che sembrava fosse arrivato fin lassù proprio per gustare quella sorsata di bibita fresca.

La prima comunista della mia vita, inconsapevole lei, inconsapevole io.

Una donna dal cuore grande, malgrado una sua vita difficile e piena di difficoltà, madre e padre di ben quattro figli, una donna divisa da sentimenti forti e contrastanti, in grado di passare da uno stato d’animo all’altro. A volte era fuoco, a volte acqua, a volte pietra. Con me fu sempre miele.

Ieri l’ho rivista.

Che grande emozione!

La ruga degli anni non l’ha molto cambiata ma il folletto della memoria ha approfittato di lei e dispettoso come Puck si diverte a entrare e uscire dalla sua mente.

Colpa sua, troppo buona, troppo amabile, troppo disposta ad aprire la porta a chiunque perfino all’estroso Puck. Mi ha stretto le mani, mi ha guardata e sorriso, mi ha confessato che delle persone cattive senza vergogna le hanno rubato i fichi durante la notte, che a lei i fichi piacciono tanto, sia quelli bianchi che quelli piccoli neri, insomma “i zingarelle”.

Le ho promesso che faremo arrestare i ladri di fichi, e allora abbiamo riso, riso tanto, come in quei giorni in cui dopo la mortadella, divideva con noi un biscottino secco.

Ma poiché l’indole delle persone sopravvive anche agli scherzi del destino, alla cattiveria degli uomini, al guasto della memoria, malgrado abbia smarrito il lego della mortadella, della fanta, della raccomandazione “statti accorta per strada, vatinni ‘mpressa ca sta mrunando”, malgrado tutto mi ha stretto le mani come una madre e ha chiesto:

-Ma vieni a mangiare da noi?

-Chiedi a mio figlio se puoi mangiare con noi stasera, sali in macchina prima che vengano altre persone.

Nancy sei sempre tu, la solita irriducibile comunista inconsapevole.

Aurora Luzzi

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