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L’innamorato spasima e muore

A un giovane, un tempo, era vietato avvicinare una ragazza. Quell’ardire l’avrebbe pagato caro. In un canto la donna gli ricorda: haju tri frati, chi su’ tri lejuni (Ho tre fratelli che son tre leoni) e te la faranno pagare cara.

Gli sguardi, però, non erano muti, esprimevano desiderio, amore, pena ed erano incontrollabili. Lo crederete? Perfino su quegli sguardi le pettegole comari avevano da dire. Il giovane, infatti, cantava: cà l’uocchj de li genti su’ valestri / capìscinu l’amur’ allu luntanu! (perché gli occhi della geente sono balestre / capiscono il nostro amore da luntano). Non vi dico lo spettegolare sui due, specie da parte di quella che aveva messo gli occhi sul giovane e aveva sperato di dargli in sposa la figlia. Allora, il canto comunicava i sentimenti. Va detto che il popolo era animista e attribuiva un’ anima al vento, alle nubi, agli astri e immaginate agli uccelli, alle colombe ecc.

Nel seguente canto il giovane chiede agli uccelli, che possono avvicinare la ragazza, di portarle il suo messaggio:

O acelli, chi ppe’ l’aria volati,

salutàtemi vua la mia dia;

illa si sta ccu’ finestr’abbotàti

e nun si lassa vidìri de mia;

acellùzzi vi pregu ‘ncaritati,

facitimìlla chissa curtisiìja,

cà si nun senti ‘ssu cori chiagàtu

allu ‘mpiernu si perdi ‘ss’ arma mia!

Quanta poesia! Chi, ai giorni nostri, ha sempre fra le mani il telefonino e manda messaggini alla ragazza, alla quale può parlare e starle vicino a suo piacimento… non so se riesce a capire i suoi coetani di un tempo, ai quali tutto questo era negato. Non so se il maniaco telefonista sia capace di dar vita a tanta poesia.

I lettori si chiederanno: – Se il giovane non poteva avvicinare la ragazza, come era intercorso fra i due quell’amore? -.

Ce lo dice lo stesso innamorato:

Quandu nescisti tu, rosa ‘ncarnata,

è nat’ ‘u ‘u refrigèriu di ‘ssa vita;

ppe’ nua nun c’è voluta la ‘mmasciata,

cà n’ha tiràt’ a nua la calamìta;

quannu ti viu alla port’assettàta,

ccu’ ‘nu sguardu de ‘ss’uocchj mi du’ vita;

o Diu, quann’è chi veni la jurnàta

chi tu ti gùodi ‘ss’ arma ed iu ‘ssa vita!

Il cuore dei giovane batte forte. A quale fra le cose che gli stanno attorno può paragonare quei battiti, forti, sonori, continui? Il silenzio delle notti in Acri era rotto dai battiti dell’orologio posto nell’antica torre dello scomparso castello. Egli è come quell’orologio. Conta come lui le ore e le scandisce così forte da essere sentiti da tutti. Così canta:

Su’ diventatu rigoggiu d’amuri

e lu cor’intr’ ‘u piettu sempri vatti;

gira la capa e càlan’ ‘i sudùri;

la gelusìa ppe’ martìellu ci vatti

ccu’ li catini mi diga l’amuri,

e li cordi ‘e di nìerbi sunu sfatti;

sona, riroggiu mia chi cunti l’uri,

e son’ ‘u juornu chi jamu alli fatti.

Quanti giovani, ai giorni nostri, divengono poeti per amore?

L’interrogativo dovrebbe fare discutere.

Giuseppe Abbruzzo

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