La donna del 23

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Malgrado l’acquazzone che all’alba aveva allagato mezza città, il sole splendeva su Milano. Un’arancia scagliata nel blu del cielo terso. Milioni di particelle di azzurro e di blu delineavano la linea dell’orizzonte, e oltre l’orizzonte il Monte Rosa. Sembrava quasi di toccarlo con mano, annullando gli oltre cento chilometri di distanza. In giornate limpide come queste Roberto si sentiva felice, pensando, con tutto il rispetto per le altre città, che Milan l’è semper on gran Milan.

Schegge di luce piovevano in mezzo ai binari del tram, che sferragliava lungo il viale alberato di Città Studi. Via Bassini sonnecchiava ancora. Proprio come lui, che si sarebbe fatto volentieri un sonnellino prima di arrivare in cantiere, ma era impossibile, perché il 23 era la solita bolgia.Briciole di conversazione in varie lingue, sciure cicaleggianti, vestite come ortensie in fiore pure d’inverno, dirette ogni mattina verso il non so dove, studenti pigri che sprecavano un euro di biglietto per salire a Lambrate e scendere al Politecnico in Piazza Leonardo da Vinci, impiegando tredici minuti abbondanti, addirittura quindici se i due semafori avessero deciso per il rosso simultaneamente, mentre a piedi sarebbero arrivati in nove minuti esatti di orologio. Non erano certo studenti di matematica costoro.

Questo tram gli era caro, caro quasi quanto un amico, perché lo aveva collegato dalla periferia alla vita, al centro di Milano, a Piazza Fontana, lo aveva portato a scuola, al Politecnico, dalla prima fidanzatina Alessandra in Piazza Duomo, lo aveva cullato nelle notti di pioggia del sabato sera, quando non avendo voglia di rincasare continuava a fare il giro per contemplare la città accesa dalle mille luci d’argento sotto l’acqua. Quanti ricordi, quanti incontri, quante risate.

E ora l’ATM e il Comune volevano mandarlo in pensione.

Al pensiero Roberto divenne triste. Per il nervoso si infilò la mano fra i capelli e iniziò a pettinarseli con le dita. Si sistemò l’auricolare sperando che la KV 555 di Mozart potesse ricondurlo al buonumore.

Mentre a Lisbona e San Francisco il tram lo avrebbero restaurato facendone un interessante mezzo di attrazione turistica, a Milano i sapientoni di Palazzo Marino stavano per sopprimerlo, dirottando gli investimenti sui magnifici inquinanti autobus, affinché orde di ciclisti, famiglie a piedi con bambini vocianti come sirene, potessero invadere la città di domenica, causa PM 10 alto.

Perché non farlo girare almeno di domenica?Si chiedeva, per liberare la città dai turisti e spedirli fuori, magari fino a san Vittore?  Magari assieme al pensionato, magro come un’acciuga, con gli occhi convessi a gambero, che, non solo aveva rifiutato il posto a sedere offerto da uno studentello brufoloso, ma ora gli ostruiva la visuale dell’unica saracinesca erotica di Milano. Benedetto sia il signor Terziani, pensava, mentre gli cadde lo sguardo sull’ometto, che a giudicare dal labiale stava litigando con qualcuno nella sua direzione. Forse proprio con lui, forse aveva intuito i suoi pensieri.

Si levò l’auricolare per capire cosa stava succedendo.

E ti pareva. Il solito siparietto, il pirlacciuga stava insultando una ragazza, la quale, osservandolo fare numeri da arti marziali per stare in piedi, aveva commesso il solo errore di offrirgli il posto.

La ringrazio signorina ma non è affatto necessario, sto bene in piedi, ce la faccio ancora, e lei, bella come un mattino di maggio, impietrita per l’aggressività dell’anziano che continuava a fissarla severamente lanciandole occhiate velenose, per levarsi dall’imbarazzo, aveva chinato il capo sul libro di Meccanica dei fluidi di Marchi-Rubatta, portandosi la mano sulla fronte come per non vedere la restante umanità che alle 9.12 del mattino l’aveva già disorientata.

Che uomo insolente, davvero insolente, commentò Roberto con sé stesso, colpa del dannato testosterone in pensione.

Sì, era evidente che al pirlacciuga mancava la rivoluzione del divenire, mancava l’amore, mancava una donna. Doveva essere vedovo, o forse vedovo non lo era affatto, era maleducato e basta, si diceva, quando fu spintonato in avanti da una donna, che si sistemò proprio di fronte a lui a dimezzargli quel minimo spazio vitale.

Gli sfiorò il braccio. Un lampo di calore a quel fortuito contatto, lo investì. La guardò mentre richiudeva l’ombrello bonsai apertosi a fisarmonica, investendolo con un buonissimo profumo di sapone e miele. Aveva occhi grandi, di un verde liquido aggressivo. Somigliava un po’ a Uma Thurman. Era proprio bella. Bella quasi quanto l’equazione di Navier Stokes. Ma da dove veniva così bagnata se aveva smesso di piovere già da alcune ore? che stranezza. Indossava un impermeabile leggero per la stagione, aperto in vita. Una vita stretta, adornata da una cintura dorata dalla quale pendevano pesciolini e foglie, d’oro anch’essi. Minuscole gocce d’acqua le scendevano lungo il viso. L’ombrello piccolo non le aveva evitato del tutto la pioggia. Le labbra erano carnose senza rossetto, con una riga di zucchero a velo, che parlava di cannolo siciliano, consumato probabilmente alla pasticceria Speranza all’Ortica.

Una brusca fermata gli fece piombare la donna addosso.

Santiddio che emozione, avvolto improvvisamente in quella morbidezza segreta di lana e fianchi. Proprio non se l’aspettava questo moto caotico di fluidi di prima mattina sul tram. Questo contatto fra il suo ventre e la curva dei fianchi della donna, accese la sua fantasia. Se la immaginò completamente nuda, sdraiata sul banco di lavoro di un’officina, tutta spalmata di Olio Sunoco.

-Chestachì la gà un cület che lane par pù se dur dela spada del Hattori Hanso.

Avvertì un lampo di calore lunga la schiena, aveva voglia di lei. La baciò senza pensare. Lei si lasciò baciare ma si ritrasse subito, e civettuola e divertita lo guardò dritto negli occhi blu, come se si burlasse di lui. In realtà voleva solo giocare, perciò si strinse a lui in un impeto di desiderio quasi selvaggio, e senza alcun imbarazzo per tutta la gente attorno, iniziò a leccargli il collo fino al mento, millimetro per millimetro, salendo lentamente verso l’alto fino alla fossettina, poi con la punta della lingua tracciò movimenti circolari tutto intorno fino a lambire il lobo dell’orecchio, facendolo gemere di piacere.

Santo Leibniz, Santo Eulero, Santo Einstein, sussurrò Roberto dentro di sé, prometti che ti farai tatuare l’equazione di Navier Stokes sulla natica sinistra?

Lei mormorò qualcosa di incomprensibile, forse era straniera, poi carezzandogli l’orecchio gli soffiò dentro un elisir di lunga vita: “A far la mür te sé mei di quel baluba del Quentin”.

Sant’Ambroeus te mel dise anca mò…supplicò, quando d’un tratto una musichetta molesta si insinuò fra lui e la sconosciuta.

Che cavolo stava succedendo? Sembrava la suoneria di un cellulare.

Ma che balle, spegnete sto dannato cellulare, vuoi vedere che è il cellulare del pirlacciuga?  Ha la mia stessa suoneria, old ring, vècc de la malora!

La musica andava in crescendo, più aumentava, più la sconosciuta si allontanava, finché divenne eterea come nei sogni. 

 Uma ti prego resta qui, dove vai?  Non vorrai andare via proprio ora? dai che balliamo pure noi il twist, non puoi saperlo ma da bambino ho vinto una gara di equitazione a Novegro, perciò posso ballare pure il twist, il twist e l’equitazione sono cugini stretti, Uma ti prego non andar via.

Si sentiva gli occhi incollati. ­­­Forse la sera precedente aveva esagerato con i Negroni. Dovette fare uno sforzo notevole per aprire gli occhi. Vide il pirlacciuga inviperito che inveiva contro di lui.

Lei è un bell’esemplare, non c’è che dire, perché non risponde al cellulare?  Dobbiamo sentire questa stupida musichetta fino al capolinea? Ma come si fa a dormire in piedi? Beata gioventù.

Che grande tristezza. Uma se n’era andata. Si coprì la bocca con la mano. Aveva solo sognato.

Con un sospiro carico di rassegnazione agguantò il Samsung per rispondere.

-Pronto.

-Ciao Roby i brianzoli sono arrivati, siamo in cantiere, manchi solo tu, ma dove sei finito?

Carmine, ascolta bene, cercati un altro lavoro, sei licenziato!

Aurora Luzzi

 

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