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Consiglio comunale, lo strano caso della maggioranza

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Domani torna a riunirsi il consiglio comunale. Le assise sono state precedute dalle immancabili polemiche politiche, con le opposizioni che hanno chiesto che la riunione fosse aperta alla partecipazione anche di associazioni e semplici cittadini, trovando un fermo diniego.

Si parlerà di “degrado istituzionale, socio-sanitario, economico – produttivo e infrastrutture”.

Il punto non è la mancata concessione della discussione aperta, ma perché la maggioranza abbia accettato di parlare di degrado della città. Per logica, una simile discussione per chi amministra la città dovrebbe essere irricevibile. E’ come ammettere un fallimento se dopo quasi tre anni di legislatura si parla di una città allo sbando.

Formalmente l’ultima parola, in sede di conferenza dei capigruppo, spetta al presidente del consiglio comunale, tuttavia, per effetto di una sorta di stortura procedurale, questa figura ha margini di autonomia assai risicati rispetto alla maggioranza che lo ha eletto.

Paradossalmente domani i consiglieri che sostengono l’esecutivo in carica dovranno sforzarsi di dimostrare che questo tema non esiste. Ma se è così, perché hanno accettato di parlarne? Le opposizioni ci andranno a nozze.

L’auspicio è che finalmente il presidente dell’assemblea faccia rispettare il regolamento, tra l’altro recentemente modificato.

Sono stati decurtati i tempi degli interventi: ogni consigliere comunale, sindaco compreso, per un simile ordine del giorno ha 15 minuti per parlare. Non c’è stato consiglio comunale degli ultimi quasi sette anni in cui questi tempi non siano stati sistematicamente sforati.

C’è poi l’attinenza dell’intervento al tema: nell’ultima seduta vi è stata una indegna bagarre proprio perché quasi nessuno dei consiglieri ha parlato di ciò per cui aveva chiesto la parola.

Se per davvero si vuole un consiglio comunale che per un capitolato non discuta per sei ore, quando si presume che sia già passato dalla commissione competente, c’è bisogno di un presidente di polso. Angelo Gencarelli, in carica da poco, ha appena terminato il rodaggio e ha tempo e modo di dimostrare di esserlo. Questo però significherà avere anche attriti con i suoi compagni di viaggio, come accaduto talvolta in pochi frangenti negli ultimi anni con i suoi predecessori.

Se vogliamo un presidente autenticamente autonomo, occorre agire di conseguenza: una volta eletto non può essere sfiduciato dall’assemblea. Oltretutto permetterebbe di mettere al riparo questa figura di garanzia di terzietà anche dal mercato della distribuzione all’interno della maggioranza di turno.

Piero Cirino

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