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Franco Basaglia: la fine della segregazione per i malati di mente

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Nel 1978 il Parlamento italiano approvava la legge 180, nota anche come Legge Basaglia, che prevedeva la chiusura dei manicomi e la possibilità per i malati di mente di potersi curare presso i loro domicili. Si è trattato di una grande conquista di civiltà, che ha messo fine a un sistema di assistenziale basato sull’internamento e la coercizione. La camicia di forza è stata, per tempo, uno dei simboli della malattia mentale. Prima della legge citata, i pazienti psichiatrici erano considerati incurabili e socialmente pericolosi, pertanto da internare. Violenze di ogni tipo finivano per acuire la malattia o far diventare malato e incattivito chi, probabilmente, prima, non lo era. Elettroshock, lobotomie, sistemi terribili di trattamento hanno finito per rappresentare l’antistoria e, con Basaglia, si è posto al centro il malato in quanto persona, prima della malattia. Il presupposto della centralità della persona ha portato al riconoscimento di diritti fondamentali di questi pazienti, prima negati.

Nella struttura manicomiale, in definitiva, il malato subiva ogni genere di violenza, non disgiunta dalla privazione di ogni diritto.  Già ai primi anni ’70 ci furono una serie di denunce sulle condizioni aberranti dei pazienti ospitati nei manicomi.

A Basaglia e alla 180 va il merito di avere posto fine a una barbarie e ridato dignità ai pazienti. Non tutto ha funzionato dopo. A cominciare dalla inadeguatezza delle famiglie, il più delle volte lasciate sole e inadeguate a gestire i malati: questo, però, non deve portarci a buttare via l’acqua sporca col bambino e dimenticare ciò che accadeva prima della 180. Pensate che, fino al secondo dopoguerra, per internare in un manicomio un paziente bastava una diagnosi, nemmeno tanto accurata, supportata da tre firme di persone in grado di testimoniare la pericolosità di un individuo. Lasciamo ai lettori immaginare quanti soprusi, leggerezze e tant’altro sono stati perpetrati ai danni di malcapitati. Da ragazzo ricordo un uomo , residente in una realtà vicina ad Acri – che quotidianamente raggiungeva il nostro centro in pullman – ,  il quale, una volta uscito dal manicomio, sfogava la sua rabbia col mondo urlando e sbraitando per le strade; non era per niente pericoloso, si limitava a sfogarsi verbalmente. Una sera, rincasando con mia nonna, le chiesi il perché di quelle urla: con la dolcezza che le era propria, la donna mi accarezzò e, lentamente e non senza qualche ritrosia, mi raccontò chi fosse quell’uomo. Dietro quelle urla si nascondeva il livore per persone care che lo avevano fatto internare per levarselo di torno. Più volte pensai a cosa avesse provato un uomo sano richiuso e legato, mentre altri godevano della sua assenza. Un pomeriggio d’agosto lo vidi, esausto per le urla, adagiarsi all’inferriata di Piazza Monumento; era ansimante, sudato. Memore di quanto appreso da mia nonna, mi avvicinai e gli chiesi se gli servisse qualcosa: mi guardò, mi chiese chi fosse mio padre. Rassicurato su chi “arrazzassi”, si girò, mi sorrise e si aggrappò al mio braccio. Avrò avuto, in quell’istante del contatto, forse 120 pulsazioni al minuto. Paura, incertezza, scomparirono quasi subito. Dopo pochi metri si congedò, raccomandandomi di portare i suoi saluti a mio padre e lasciandomi un ultimo messaggio: “Non fidarti mai di nessuno, neanche della camicia che indossi; diffida di ognuno, soprattutto di chi ti sta vicino”. Riprese la sua marcia e ricominciò a sbraitare contro il mondo. E ne aveva ben donde!

In quegli anni, Don Baky uscì con una canzone meravigliosa che denunciava le condizioni terribili di questi malati, si intitola “Sognando”. Riproponiamo il link della canzone, consigliando vivamente di ascoltarla a fine lettura.

Massimo Conocchia

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