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Cultura tra pubblico e privato

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Nel pieno della pandemia Covid-19, non ancora superata, uno dei problemi emersi in forma clamorosa, riguarda le attività culturali e la brusca frenata che hanno subito, con grave danno per tutti: operatori culturali e fruitori. Un tema che tiene banco da tempo è se tali attività producano o no reddito, una discussione, questa, che va avanti da anni e che vede ormai acclarato che non solo il comparto culturale è trainante dal punto di vista della crescita delle comunità, ma incide in modo significativo sulla produzione di reddito.

In alcune aree, oggi molto depresse del Sud, di cui Acri è espressione, il sistema culturale fa molta fatica ad affermarsi, pur essendo stato vivace e animato da tante iniziative, alcune ancora sopravvissute ad oggi, e risulta più un modello perdente che attivo. Occorre guardare soprattutto alle aree urbane maggiori per trovare nuovi stimoli, grazie, spesso, soprattutto alla presenza di Università e che fanno da traino, osservando una promozione attiva, e il confronto, lo scambio che muovono intorno ad eventi, iniziative e attività culturali e divulgative di vario genere.

Due questioni su tutte però occorre far rilevare, nella brevità di queste note, da un lato il trovare giusto che la cultura sia promossa dal pubblico attraverso finanziamenti e sostegno costante, dall’altra che il privato si mostri sempre più attivo, quasi quanto il pubblico, perché alle diverse latitudini, dal piccolo al grande centro, l’attività culturale costante, la promozione delle Arti a livelli significativi e non provinciali, mette in moto un meccanismo virtuoso di competizione che aiuta le aziende con positive ricadute in termini di visibilità, maggiore vivacità sociale e anche commerciale.

Va detto che se al Nord, i grandi gruppi bancari, le industrie, il commercio svolgono una significativa attività di sostegno alla cultura, questo dato, da Napoli in giù, è invece fortemente penalizzato, e inoltre, come spesso accade alle nostre latitudini, molto influenzato ancora da meccanismi clientelari, in particolare per i contributi pubblici, la cui erogazione risente molto di rapporti personali tra soggetti richiedenti ed eroganti, scambio di cortesie e favori politici, interessi lobbistici di piccoli gruppi di pressione.
La gestione di queste modalità di accesso ai fondi pubblici è sempre nebulosa, non si conoscono mai, in forma ufficiale, i componenti delle commissioni che decidono chi includere e chi escludere, non si conoscono i curricula di tali componenti, e dunque la loro possibile competenza, non sono quasi mai noti i parametri di giudizio, così che in questa confusione, del tutto voluta, regna quella anomala e anonima confusione che permette ai decisori di adottare scelte secondo criteri del tutto personalistici e influenzati dalla pressioni dell’assessore al ramo di turno.

Sfogliando i bandi, le domande presentate, e i risultati, che vengono resi noti solo dopo diverso tempo dalle attribuzioni, si scorge come molti e interessanti proposte siano scartate, e a queste vengano privilegiate attività del tutto marginali che con la cultura vera, con progetti durevoli e permanenti, hanno ben poco a vedere, spesso si tratta di sagre paesane, feste popolari, spettacoli di dubbio interesse, qualche episodica e sporadica rassegna estiva, che alla fine non lascia nulla nel tessuto sociale e culturale in cui si svolge.

Questo modello clientelare deprime la competizione, spesso disillude i giovani che intendono restare e intraprendere percorsi culturali, non stimola nuove idee, come la formazione di piccole società capaci per esempio di gestire l’offerta dei beni e delle attività culturali, e il più delle volte per affrontare progetti più corposi e durevoli, rimanda a bandi con fondi comunitari la cui farraginosità scoraggia anche il più temerario dei volenterosi per la complessità con cui si devono predisporre le domande.

Per questa ragione il ruolo privato assume, oggi soprattutto nelle aree meridionali, un valore strategico: per le aziende private, al Sud, investire per far crescere un tessuto culturale sano, duraturo, costante, significa incidere sui costumi, sulle abitudini, sulle dinamiche sociali, per produrre quel distacco da modelli riduttivi che alimentano ancora oggi lo squilibrio tra nord e sud, penalizzano la crescita di un sano sviluppo locale, incidono sulla capacità di attrazione di una offerta che non sia solo banalmente turistica, ma includa la cultura come elemento di diversità e riconoscibilità. Questo richiede istituzioni pubbliche e aziende private dinamiche, le quali, creando sinergia e ponendosi obiettivi comuni di sguardi intelligenti sul futuro, sostengano la competitività del territorio e siano capaci di diversificare, stabilizzare e garantire offerte culturali di profilo non localistico, ma perlomeno regionale e nazionale. Esempi non ne mancano, da tante piccole realtà sono partite attività culturali che, negli anni, hanno raggiunto livelli nazionali e persino contribuito ad attivare quel senso di orgoglio locale nel sentirsi parti attive e propositive di questi processi.

Acri, modello di questo sud contraddittorio, ha smarrito negli anni la sua vivacità in campo culturale, perché sono venute meno idee, slanci, occasioni, un costante lavoro del pubblico verso l’educazione alla cultura, un legame tra scuola, città e territorio, un dialogo necessario con i privati, lo stimolo e sostegno all’associazionismo, con le possibilità di mettere in campo azioni comuni. Al contrario, l’isolamento e l’autarchia anche in questo caso predominano, il pubblico alimenta una visione monocentrica e monotematica, piuttosto che di coesione e collettiva, manca, in maniera assoluta ogni forma di coordinamento e indirizzi culturali generali, poche e semplici le attività che perlopiù si svolgono in forma non continuativa, inoltre essendo polverizzate ed episodiche non incidono sui fattori di crescita collettiva.

G. Pino Scaglione

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