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Non diede il “comando”, ma aprì le porte del carcere

Non pochi vorrebbero avere il potere assoluto su tutto e tutti, modificando a libito e lecito ogni cosa. Tanti penseranno che l’affermazione sia solo fantasia. Altri, convinti che si possa ottenere il “comando”, cadono nelle grinfie di imbroglioni, che, a volte, danno il via ad autentiche tragedie.

Salvatore Ottolenghi (1861-1934), noto per studi di antropologia criminale e psichiatria forense, in un suo saggio riporta un episodio, che chiarisce quanto detto in apertura.

A Sassuolo (MO) e zone viciniori si credeva esistesse il libro del comando, che “insegnava a far grandi prodigi, coniar monete, far apparire persone, scoprire tesori, dava insomma l’onnipotenza a chi ne era possessore”.

Carlo Cassani, persona agiata, “di coltura discreta”, (aveva compiuta la quinta ginnasiale), versato per la fisica e “appassionato lettore di libri di magia e negromanzia, imbevuto sin da fanciullo della credenza” del libro del comando, decise di venirne in possesso. Ne mise a parte e imbarcò nell’impresa due cugini e due compaesani, che credevano nei poteri di quel libro.

 “Si scervellò coi compagni un pezzo per trovar mezzi onde raggiungere l’intento e venne perfino a trattative amichevoli con certo Franchini”, che si diceva possedesse il libro del comando. Malgrado le insistenze, però, non erano riusciti a ottenere il prezioso libro magico.

Un bel giorno “capitò a Sassuolo l’ipnotizzatore Giusto Falchi. Carlo Cassani, che già da anni si era procurato i capelli del Franchini, poiché, secondo lui, erano necessari per poter sapere ciò che voleva, si mise subito in relazione con Falchi e, chiamatolo in casa dei cugini Cassani, l’ipnotizzò coi passi magnetici, che egli ben conosceva per la lettura di libri sul magnetismo”. Parecchie furono le sedute. “Lo scopo era di farsi indicare se il Franchini aveva il libro magico, dove lo teneva e come dovevasi procedere per impadronirsene”.

Falchi diede i suoi responsi. “Descrisse minutamente come era il libro”: una pergamena vergata in italiano e latino, “piegata in sei parti in forma di rogito, con la quale era data facoltà di venire a patti con la forza diabolica”. Precisò che, comunemente, i patti “che si fanno col diavolo vengono firmati col sangue dei contraenti d’ambo le parti, e in questo caso appunto la firma era stata apposta col sangue del diavolo e con quello di don Ortensio Giacobazzi (che la leggenda indicava come primo possessore)”. E, inoltre, che il libro custodito da Franchini aveva un privilegio speciale, perché don Ortensio, nei patti “aveva convenuto che col semplice passaggio del rogito in mano d’altri si potesse trasmettere intera ai nuovi possessori la facoltà del comando, senza che per essi fosse mestieri vendere alla lor volta la coscienza al diavolo”.

Sul luogo dove Franchini custodiva la carta misteriosa, Falchi, nelle diverse sedute, aveva indicati diversi luoghi e aveva soggiunto che Franchini “ogni cinque o sei giorni era solito cambiar posto al rogito, e nelle diverse modificazioni per lo più accennava al solaio”. Disse, ancora, che perfino, a volte “soleva seppellire il rogito ad un metro di profondità nel prato presso la casa. Di più il Falchi suggerì loro che occorreva prendere il rogito ad insaputa o contro la volontà del Franchini, altrimenti il libro non avrebbe avuto nessun valore”.

Si precisava che la pergamena, piegata in sei, era custodita in una scatola.

“In seguito a questi responsi il Falchi si ebbe L. 25. Carlo Cassani e compagni concertarono d’impadronirsi subito del misterioso libro per sorpresa”.

I cinque, armi alla mano e mascherati, il 2 novembre 1892, s’introdussero in casa di Franchini e, minacciandolo di morte gli imposero di consegnar loro il libro del comando.

 “Franchini riuscì a scappare ed a chiamare aiuto, onde gli assalitori si diedero alla fuga.

Arrestati e processati per minacce a mano armata e porto d’armi insidiose, dietro perizia del dott. Cionini, che li ritenne cinque paranoici reciprocamente suggestionati, venivano dal Tribunale assolti per non farsi luogo a procedimento per infermità di mente; alla Corte d’appello, però, malgrado nuova perizia del prof. Tamburini venivano condannati”.

L’unica cosa che guadagnarono, perciò, i cinque avidi creduloni fu la galera altro che il comando assoluto su tutti e tutto, per mezzo dell’inesistente libro del comando!

Giuseppe Abbruzzo

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