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Covid e Aids: analogie e clamorosi errori

La pandemia di COVID mostra, purtroppo, alcune drammatiche analogie con l’AIDS, perlomeno da un punto di vista gestionale, politico-sanitario e macroeconomico. Le nazioni ricche si stanno accaparrando i vaccini, mentre i paesi poveri (penso all’Africa, al Centro e al Sud America, ad alcune aree del Sud-Est asiatico) stanno e continueranno a pagare un prezzo enorme in termini di vite umane. Le scarse risorse finanziarie – tradotte in carenza di strutture e presidi sanitari, a cominciare dall’ossigeno, indisponibilità di vaccini e dispositivi di prevenzione –  hanno creato i presupposti per vere e proprie stragi di vite umane, analogamente a quanto accaduto con l’AIDS. Nella seconda metà degli anni ’90, nei paesi ricchi – Europa, Nord America, Paesi ricchi asiatici – si affacciavano i farmaci antiretrovirali, che hanno permesso, se non di sconfiggere il virus, perlomeno di rendere la malattia curabile, garantendo ai malati lunghissime sopravvivenze, di qualche decennio. Mentre i Paesi ricchi si apprestavano a curarsi, in Africa si moriva perché una politica miope e sorda ha impedito che – con un minimo di impegno da parte di nazioni cosiddette progredite – si fornissero le realtà più povere di farmaci e presidi. C’è stata, fra l’altro, una guerra subdola nei confronti dei farmaci generici, più a buon mercato, in quanto avrebbero finito per rosicchiare una parte dei lauti guadagni delle grosse multinazionali depositarie dei marchi. Il frutto di questa gestione folle si è tradotto in un strage enorme, con perdite incalcolabili di vite umane. La stessa forsennata politica sta animando la lotta al COVID, con la ovvia conseguenza che i Paesi ricchi stanno progressivamente affrontando la pandemia con risultati via via più incoraggianti, mentre in Brasile si fanno i turni di notte nei cimiteri per seppellire i morti, che vanno aumentando a un ritmo così vertiginoso da richiedere un’attività incessante per la sepoltura. La gente, in quelle realtà, muore per strada, asfissiata e senza i più elementari presidi. Se non si capisce che una pandemia si sconfigge solo con un’azione su scala planetaria, difficilmente se ne verrà a capo. Nuove varianti, provenienti dai vari Paesi nei quali il virus imperverserà, finiranno, in un mondo globalizzato e con confini sempre più labili, per diffondersi anche nelle realtà  più virtuose, alimentando una catena che faticherà ad interrompersi, fino al punto che le mutazioni saranno tali da rendere inefficaci anche i vaccini. E’ tempo di rivedere le nostre priorità e capire che fino a quando resteremo insensibili verso quelli che stanno peggio, alimenteremo un meccanismo perverso, che finirà per ritorcersi verso noi stessi e i nostri egoismi. Fino a quando in Africa la gente morirà di fame e di malattie, sarà sempre spinta a mettersi su un gommone e sfidare un mare ingordo pur di sfuggire da certe situazioni. Capire che con un impegno minimo di chi sta molto bene si aiuterebbe chi sta peggio e, al contempo, si renderebbe il mondo più sicuro è un passaggio fondamentale che implica una rivoluzione etica, prima ancora che sociale ed economica.

Massimo Conocchia

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