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Lettera d’addio

Ciao,

sono morto da quasi 5 lustri per un sarcoma dei tessuti molli, tra i peggiori.

Finalmente, dopo una vita di lavoro nei cantieri di tutta Italia e all’estero, mi stavo godendo un meritato riposo. La mia famiglia, in 45 anni, me la sarò goduta, si e no, un paio d’anni in tutto. C’era da lavorare, da realizzare, per cui bisognava allontanarsi. Non che la mia infanzia sia stata facile e lineare. Di colpo, troppo presto, si diventava uomini. Emigrazione, lavoro e pochi momenti di svago nelle feste comandate. Che sbornie si prendevano! Il giorno della pensione mi sembrava un sogno; avrei potuto godermi i figli, ormai grandi e genitori a loro volta, i nipotini, con i quali contavo di recuperare il tempo perso con i miei pargoli. Una serie di progetti, insomma. Dopo tutto, ero ancora giovane. Avrei potuto dedicarmi a mia moglie, condividere, finalmente, ogni momento insieme. Poco importava se lei aveva già i capelli bianchi e io calvo. In fondo la vita è bella in ogni stagione. Di colpo, un pomeriggio, avverto una strana massa nella parte posteriore della coscia; non ci faccio molto caso! Passano i giorni e diventa sempre più grossa, al punto da non potere essere più ignorata. Mi reco in ospedale: la biopsia depone per cellule maligne. Una lastra del torace dimostra una massa nel polmone. E’ tempo di rifare la valigia, ancora impregnata dall’odore acre dei cantieri e dalla puzza di “freschino” che albergava nelle baracche. Si parte alla volta del grande ospedale. Appena pochi giorni per la terribile conferma. Prognosi non bella. Qualche mese al massimo. Non è possibile. Loro non mi conoscono: sono un combattente! Non mi arrenderò facilmente. Dicono che c’è la possibilità di operare, senza certezze ma si può fare. Mi operano la prima volta alla coscia, dopo 15 gg al polmone. Si spera! Ritorno a casa dopo due mesi, in attesa di iniziare la chemio. Dopo due gg, di colpo, mi sveglio senza potere più parlare. Una tac dimostra che il male si era annidato nel mio cervello in una maniera beffarda: mi aveva tolto la possibilità di parlare, di comunicare con i mei, lascandomi intatta la coscienza. Non ho più voglia di lottare! Ha vinto lui.  E’ tempo di andare. Gli sguardi pietosi attorno a me, i discorsi sottovoce, sottendono a una fine imminente, che, a questo punto, auspico. I giorni si susseguono velocemente, mentre gradualmente mi assopisco, fino a perdere la coscienza. Resto con un respiro pesante e affannoso per due lunghi giorni, poi la pace. Ha vinto! Mi appellavo a Dio dentro di me, dopo avere perso la parola: se succede tutto questo a un uomo come me, è segno che non esiste. Se esiste e lo permette è segno che è impotente, ed è quasi peggio. Non c’è più tempo per pensare. Bisogna andare, la strada è lunga e la notte è buia.

A  lui e a tutti quelli che, precocemente e dolorosamente, ci hanno lasciato.

Massimo Conocchia

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