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Che “genere” di scuola

La scuola è un pezzo importante della società. È un luogo vitale dove si formano le identità, l’autostima, la fiducia nelle proprie competenze e nel futuro. È a scuola che ragazze e ragazzi, bambine e bambini, imparano a conoscere e praticare quello che sono e che diventeranno. Ognuno e ognuna di loro porta con sé differenze, specificità, peculiarità. Quanto la scuola – con i suoi operatori, i programmi, le visioni che vengono messe in gioco – è consapevole e impegnata nella presa in carico di questa complessità?

Nel dibattito pubblico è in queste settimane viva l’attenzione attorno al disegno di Legge Zan (che prende nome da Alessandro Zan, il deputato che lo ha proposto) che riguarda il tema delle discriminazioni e delle violenze per l’orientamento sessuale, il genere, l’identità di genere e le disabilità. Questioni rilevanti che interrogano anche la vita scolastica. Ma qui non si tratta di materie, di voti, di preparazione, di interrogazioni, si tratta di equità, parità tra i generi e rispetto delle differenze. Nella vita scolastica – dentro e fuori la scuola, dentro e fuori la classe, nella ricreazione, nei momenti davanti scuola, all’uscita di scuola, in ogni momento – si forma l’io, il “chi io sono”, quello che voglio diventare e che nei banchi di scuola si inizia a sperimentare.

La scuola non è quindi solo il luogo della formazione disciplinare, delle materie e dei voti, è anche il luogo della socializzazione, dello scambio tra pari e del dialogo tra generazioni. La scuola è il campo dove si vivono i primi amori, i primi rifiuti, le prime offese. Gli insegnanti sono preparati a questo ruolo? Sono pronti a sperimentare e fare educazione di genere? Sanno creare spazi di comunicazione e confronto su questioni delicate come l’identità di genere, l’orientamento sessuale, l’educazione alla sessualità e al rispetto tra i generi?

La scuola è stata spazio di conflitto generazionale, di lotta al patriarcato e al conformismo, uno spazio dove le giovani generazioni hanno scoperto ideali, imparato a rivendicare diritti, esprimere loro stessi e le loro libertà. Oggi il clima politico è diverso e sembra davvero incredibile vedere quanto il parlamento fatichi a varare una legge che chiede solo di dare il loro nome alle discriminazioni omotransofobiche verso bambine, bambini, ragazze, ragazzi, uomini e donne che per il loro orientamento sessuale ricevono avversione offensiva e ossessiva. Questo tema non ha confini regionali, non ha nord o sud, non è un tema che può essere eluso da una o l’altra scuola, chissà quanti giovani vivono in silenzio il timore di essere giudicati, la paura di non essere accettati o capiti.

Due grandi questioni riguardano oggi il fare scuola, si tratta di questioni che vanno oltre e aldilà la pandemia: la parità e la difesa delle differenze, qualunque esse siano (di genere, di religione, di orientamento sessuale, di disabilità). Ogni disciplina, sapere, materia, libro, teoria, teorema, non ha alcun valore se non mette al centro i diritti di genere, di ogni genere. La scuola – e tutti coloro che la abitano – dovrà accompagnare questo processo: imparare e insegnare la libertà di essere e diventare se stessi. 

Assunta Viteritti

Una risposta

  1. Adelinda Zanfini ha detto:

    Molto interessante! La prospettiva della costante reciprocità tra imparare e insegnare, in relazione alla libertà dell’autodeterminarsi in ciò che intimamente si è, è un triplo salto carpiato che (ahimé!) non trova corrispondenza nell’attuale impianto pedagogico della formazione degli insegnanti. Occorrerebbero, dal mio punto di vista, molte buone pratiche – tra cui quelle filosofiche – prima di entrare in classe e prima di porsi in relazione autentica con l’altro. Il docente non è explum, ha molte “questioni irrisolte” per se, in quanto egli stesso vittima o artefice di disparità che si perpetuano; egli non è un trasmettitore di contenuti né monitore di un gruppo. È difficile, se non impossibile, conseguire la “giusta ” formazione professionale , non la si impara e non la si insegna se non in fieri, in relazione con l’altro. Personalmente, osservo, ascolto, sostengo, mi muovo con discrezione su un campo cosparso di cocci aguzzi. Rispetto l’individuo e la sacralità della persona…..ma non insegno.

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