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Un intricato caso di cronaca nera degli anni ‘40

Nell’immediato secondo dopoguerra, in una delle più popolose  zone del nostro circondario,  si verificò uno degli omicidi più efferati che si possano ricordare. Una donna venne trovata morta con la testa tagliata. Le indagini si conclusero abbastanza rapidamente e venne individuato quale autore del tremendo delitto un uomo da poco uscito di galera, da dove aveva spedito una lettera alla  vittima, scrivendole che, una volta uscito, si sarebbe vendicato e le avrebbe fatto pagare quello che lui riteneva un torto subito da parte della stessa.

L’uomo, in precedenza, era stato condannato a pochi anni di galera per quello che il vecchio codice Rocco etichettava come delitto d’onore: aveva ucciso la moglie, accusata di adulterio. La relazione adulterina era stata favorita, pare, dall’intermediazione della donna decapitata.

L’uomo venne arrestato e condannato a trent’anni di reclusione per avere decapitato la donna. Uscì di galera negli anni ’70, ormai anziano. Per tutta la vita si professò innocente, ritenendosi vittima di un clamoroso errore giudiziario. Scrisse financo al Presidente della Repubblica per ottenere una revisione del processo. Voleva, prima di morire, vedersi riconosciuta la propria innocenza. Secondo un’opinione diffusa all’epoca della sua scarcerazione, non sarebbe stato inverosimile ritenere che qualcuno, che magari intendeva sbarazzarsi della donna, avesse aspettato che l’uomo uscisse di galera per compiere il crimine, facendo poi facilmente ricadere la colpa su chi aveva palesemente minacciato di morte la vittima. Le numerose richieste dell’uomo rimasero inascoltate. Persino sul letto di morte si professò innocente. Quanto richiesto non trovò mai accoglienza e l’uomo morì senza ottenere la tanto agognata revisione del processo. I dubbi e gli interrogativi che la vicenda sollevò rimasero tali. L’oblio del tempo ha fatto dimenticare questa brutta storia e con essa gli attori che la popolarono. 

Trattandosi di vicende tramandate, la prudenza è massima e ci guardiamo bene dal prendere posizione in merito o dal fornire alcun elemento identificativo dei personaggi di quella che rimane una pagina triste e tragica della nostra storia. L’evento, però, mette in luce un problema verso il quale, al di là del caso specifico su cui il riserbo è massimo,  la nostra posizione è chiara: di fronte a processi indiziari, in assenza di prove certe, riteniamo più giusto avere cento colpevoli fuori piuttosto che un innocente dentro. Nessun risarcimento successivo potrebbe mai essere adeguato per  avere portato via ingiustamente la libertà a un essere umano.

Massimo Conocchia

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