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Eccellenze

Durante la cerimonia di consegna dei diplomi della classe di Lettere della Normale di Pisa qualche settimana fa, il 9 luglio, alcune studentesse – Virginia Magnaghi, Valeria Spacciante e Virginia Grassi – durante la Cerimonia di consegna dei diplomi hanno fatto un intervento che ha avuto molta risonanza nel dibattito pubblico e nei media, 15 minuti, 5 paginette, lapidarie e prive di titubanze (https://youtu.be/QFLMT_55FaQ).  

Usando il senso di responsabilità e lo spirito critico appreso proprio nella Scuola di eccellenza della Normale di Pisa e dopo aver espresso gratitudine e riconoscenza verso la loro Università, verso i docenti e verso quello che hanno imparato negli anni di corso, hanno poi fatto dichiarazioni molto critiche nei confronti dell’attuale assetto universitario, giudicato appiattito su un modello orientato al mercato e alla costruzione di eccellenze che creano di fatto disparità e diseguaglianze.

Le tre neodiplomate hanno pronunciato parole critiche verso una certa accademia che fa ampio ricorso alla “retorica dell’eccellenza”, e che aumenterebbe le diseguaglianze e il divario di genere sociale e territoriale.

Cosa hanno denunciato le 3 studentesse?

Una tendenza internazionale che ha conseguenze drastiche anche nel sistema universitario italiano e che sta portando negli anni a un forte ridimensionamento dell’Università pubblica a favore dell’aumento delle iscrizioni e dei docenti nelle Università private.  La spesa pubblica per l’Università è in Italia del 0,3 contro lo 0,7 della media europea. Negli ultimi anni c’è stato complessivamente un decremento del 9,6% dei laureati. Tra giovani tra 24-35 anni solo il 29% hanno in Italia un titolo di laurea contro il 41% della media europea.  Dal 2007 al 2018 le borse di dottorato in Italia sono diminuite del 46% sul piano nazionale e del 56% nelle università del sud. C’è una diminuzione del 14% dei ricercatori e il 91% degli assegnisti di ricerca viene poi di fatto escluso dalla carriera universitaria. E ancora. Nelle Università il personale a tempo determinato è molto più numeroso di quello a tempo indeterminato e le donne sono maggiormente presenti nel personale precario. Da un lato crescono i Poli universitari di eccellenza che vengono ultra-finanziati mentre dall’altro diminuiscono i finanziamenti pubblici per l’istruzione universitaria. Altra nota dolente segnalata dalle studentesse è la disparità tra uomini e donne. La presenza delle donne professori ordinari di prima fascia è solo del 25% e quelle nella posizione di professore associato sono solo il 39% e il divario di genere cresce nelle università del Sud. Gli uomini, a parità di merito, sono più selezionati delle donne per le diverse posizioni accademiche che premia la competitività e il merito producendo diseguaglianza e disparità di genere e sociale. Viene richiesta performatività esasperata, lavoro individuale e poca cooperazione tra gli studenti e con i docenti.  La “sindrome dell’impostore”, di chi pensa di non meritare il successo, sviluppata soprattutto tra le donne, è un effetto questo sistema competitivo e diseguale, che premia i più forti e punisce i più deboli, coloro che per posizione sociale, o culturale o psicologica si sottraggono alla competizione “a tutti i costi”.

L’esperienza alla Normale di Pisa per queste studentesse ha significato molto e con questo gesto hanno voluto condividere le loro preoccupazioni. Un gesto semplice, parlare, portare la propria voce, femminile, critica e consapevole. Il fatto che questo loro lucido e accorato intervento ci sia stato è comunque una buona notizia, che porta a considerare in modo fiducioso il futuro, anche quello universitario che deve poter considerare, come dicono le ragazze alla fine del loro intervento, “l’incompletezza e la fallibilità di ognuno di noi”.

Assunta Viteritti

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