Gli anziani, una risorsa da custodire e preservare

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Gli anziani, i nostri nonni e i nostri pardi, ossia quella generazione
nata tra la fine degli anni Trenta e gli inizi degli anni Quaranta del
Novecento, rappresentano non solo la nostra memoria storica ma anche
coloro a cui dobbiamo il nostro attuale assetto, il nostro benessere.
I loro sacrifici hanno contribuito non poco al benessere di figli e
nipoti. Si è trattato di generazioni nate durante il fascismo e la
Seconda Guerra mondiale, che, fin dall’infanzia, hanno sperimentato
gli aspetti più duri e difficili dello stare al mondo, dalla fame,
alla paura della morte, vissuta assai spesso come esperienza tangibile
e tremendamente vicina. Divenuti frettolosamente adulti, hanno dovuto
rimboccarsi le maniche per la difficile fase della ricostruzione,
affrontando sacrifici enormi. Sono quelli col berretto di carta
(immagine suggestiva presente in molti cartelloni pubblicitari e
ripresa qualche tempo fa su un articolo del Corriere della sera),
costruito assai spesso con i contenitori del cemento, che hanno
ricostruito case, strade e rimesso in piedi un Paese distrutto. Il
tutto in assenza di una seria legislazione in materia di sicurezza sul
lavoro, esponendosi a rischi notevoli. Per non parlare di coloro – e
sono stati tanti dalle nostre parti – che sono emigrati per garantire
un futuro sereno ai figli. Le loro rimesse sono servite non solo a
costruire case e palazzi ma a garantire diritti che a loro erano stati
negati, a cominciare dal diritto allo studio.

In sintesi, si è trattato di generazioni che hanno affrontato
sacrifici enormi per permettere a noi di essere ciò che siamo. Quando
finalmente potevano godere di giorni sereni, un virus beffardo si è
accanito particolarmente verso di loro, più fragili, e se ne è portati
via molti in una maniera veramente triste, che non meritavano. A loro
è mancato persino il conforto e la vicinanza delle persone care.

Ebbene, riteniamo che questa generazione non abbia ricevuto nemmeno
una minima parte di ciò che ha donato. Compito nostro dovrebbe essere
quello di garantire a chi è ancora tra noi una vita serena e un minimo
di attenzioni che possano contribuire a rendere le loro giornate meno
pesanti. Glielo dobbiamo! Che fare allora? Intanto cominciare a
garantire loro momenti di aggregazione e condivisione. In fondo non ci
chiedono altro: non hanno bisogno di aiuti economici. I loro sacrifici
gli hanno garantito adeguati strumenti di sussistenza. Ci chiedono di
non essere accantonati, di non venire parcheggiati in delle RSA.

E’ paradossale osservare come questa generazione generosa, cui tanto
dobbiamo, non solo non siamo stati in grado di proteggerla
adeguatamente nel momento in cui era più fragile, ma la viviamo assai
spesso come un peso più che come preziosa risorsa. Le politiche per
gli anziani erano certamente più attive qualche decennio fa rispetto
ad oggi. Negli anni Settanta e Ottanta del Novecento i Comuni avevano
creato centri di aggregazione per anziani, che si preoccupavano non
solo di garantire loro la colazione ma anche permettergli di vivere in
appositi locali momenti di aggregazione e condivisione.
Successivamente, nacquero i cineforum. Ricordiamo nitidamente nel 1983
l’iniziativa promossa ad Acri e che prevedeva tessere gratuite per i
pensionati. In definitiva occorrerebbe, oggi, rispolverare un minimo
di quelle iniziative, adattandole ai tempi e, con minimo impegno
economico, arrivare alla creazione di centri che permettano agli
anziani di uscire da una solitudine che spesso finisce per logorarli.
Lo dobbiamo a loro, quale doveroso atto di riconoscenza e, forse, lo
dobbiamo a noi stessi come atto estremo di pacificazione delle
coscienze e di compensazione, sebbene tardiva, per quanto ci hanno
dato e per quanto che ci hanno permesso.

Massimo Conocchia

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