Imbrattare

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Nel 2022 compare sulla scena una forma di attivismo che fa parlare molto di sé: opere d’arte imbrattate per l’ambiente, una nuova forma di protesta per il pianeta. Dimostrazioni il più delle volte innocue per le opere e le persone, azioni che non intaccano quadri e monumenti ma che accendono i riflettori su un argomento così rilevante per tutti. Questi atti dimostrativi sono stati attaccati da più fronti, sottolineando che non ha alcun senso imbrattare dei quadri per parlare di ambiente. Ma visto che sedi e momenti opportuni non vengono presi nella giusta considerazione, anche atti di questo tipo possono servire a tenere alta l’attenzione. Se non altro, ora se ne parla.  

Vediamo alcuni esempi. La Gioconda il 19 maggio del 2022 è presa di mira con una torta in faccia al Louvre al grido di “Salviamo il Pianeta”. Il 22 luglio presso la Sala Botticelli degli Uffizi hanno appeso uno striscione con una scritta: “Ultima generazione, No Gas No Carbone“. Il 30 luglio un gruppo di attivisti si sono incollati alle sculture di Umberto Boccioni. Il 18 agosto, ai Musei Vaticani, due ragazzi si sono legati alla base della statua di Laocoonte. Tre giorni dopo, presa di mira la Cappella degli Scrovegni a Padova. A ottobre 14 militanti ecologisti hanno lanciato una zuppa contro il quadro I girasoli di Vincent Van Gogh, ospitato presso la National Gallery di Londra. Altre azioni contro Il pagliaio di Monet e contro La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer, poi ancora un altro Van Gogh, Il seminatore al tramonto, colpito a Roma, a Palazzo Bonaparte con una zuppa di verdure. Al Prado di Madrid alcune attiviste si sono incollate alle cornici dei dipinti di Francisco Goya Maja desnuda e Maja vestida. Poi il blitz del 2 gennaio di un gruppo di ambientalisti che hanno lanciato vernice sulla facciata del Senato a Roma. Imbrattate anche alcune finestre oltre che un portone di palazzo Madama.

Nella maggior parte dei casi, non si tratta di azioni rivolte a danneggiare opere d’arte dal valore inestimabile. La loro volontà è quella di destabilizzare, suscitare reazioni per parlare di un tema così delicato. La reazione della maggior parte delle persone è contraria e di indignazione, mentre sono meno quelli che simpatizzano e mostrano di condividere i metodi della protesta. Chi sostiene l’utilità di queste iniziative segnala come servano a far comunque parlare e a dare rilevanza a gruppi che altrimenti non avrebbero visibilità.

L’attivismo performativo consente certamente di guadagnare una visibilità che altrimenti non si avrebbe, azioni controverse, forse disperate, di giovani istruiti e impegnati che “urlano” con i colori.

Assunta Viteritti

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