Natale festa dei ricordi

Bata - Via Roma - Acri

Il Natale, fra l’altro, è la festa dei ricordi: il pensiero va agli affetti, alla nostra infanzia, a momenti particolari, agli amici ecc. ecc. L’emigrante ricorda la patria e gli affetti lasciati. Il poeta Michele Pane, originario di Decollatura, emigrato in America, in una composizione bellissima canta: “Ricuordi de Natali addormisciuti” e riporta di quando fanciullo, in patria, partecipava a quella festa. Ricorda la messa di mezzanotte e l’organista che riempiva delle note il luogo sacro: la pastorale, la madre che invitava il figlio a baciare, leccando, il Bambino, perché la statuina era fatta di zucchero e cannella. Nella composizione si coglie tutta la nostalgia per luoghi e persone, dalle quali è stato costretto ad allontanarsi.

Chi non ha un ricordo o più ricordi?

Altra volta ho scritto della nonna che recitava La notte di Natale del Padula; dell’avvincente storia dei prodigi, ecc. I ricordi mi portano ai tempi in cui la neve cadeva abbondante. A sera i rumori delle attività umane, le grida dei venditori ecc. sparivano. Il silenzio diveniva profondo, rotto, di tanto in tanto dal latrare d’un cane, ma ecco un suono, che preannunciava il Natale: quello del fisc-chìettu, lo zufolo di canna, che i ragazzi si confezionavano con rara abilità. Un pezzo di canna diveniva uno strumento, decorato, a fuoco, con uno spiedo rovente, che lo abbelliva.

Le anziane a sentire quel suono ricordavano: Quannu sient’ ‘i fisc-chìetti sonàri: / terullèru; è venutu Natali. Proprio così, perché presso di noi lo zufolo era, essenzialmente, uno strumento natalizio. Quel suono era accompagnato, generalmente, dal fioccare lento o turbinoso della neve. Ne cadeva tanta! La nonna diceva, a chi si lamentava delle grandi nevicate: – Se non c’è la neve non è Natale! –

Altrove a caratterizzare il Natale erano zampogne e ciaramelle, che suonavano la cosiddetta Pastorale. Un altro poeta lo ricorda in una composizione intitolata, appunto: Natale. Riporto la prima strofa, chi volesse può ricercare il resto. Trascrivo, come ha scritto l’autore, Vittorio Butera:

‘A solita zampugna colarusa,

ccu la nive, è scinnuta a ra marina;

e, mmo, de vientu e dde lamientu chjna,

sona ra ninna ad ogni pporta chiusa.

È ra Santa Vijilia de Natale:

sona, zampugna, sona ‘a pasturale!

Ora questi suoni diventano sempre più rari. Li ricordo quando studente a Cosenza, che allora sembrava in capo al mondo ed eravamo costretti a dimorarvi, quel suono ci ricordava che si avvicinavano le vacanze natalizie e saremmo ritornati ai paesi di origine.

Ricordo quando chiamato ad assolvere agli obblighi di leva, ossia a fare il militare, venni in licenza ad Acri. I viaggi, allora, erano avventurosi e lunghi. Le coincidenze sistematicamente mancate; l’autobus da Cosenza ad Acri era una sola corsa.

Come Dio volle arrivai in piena notte alla vecchia stazione di Cosenza, che non esiste più. Ero nella sala d’aspetto, rassegnato a rimanervi fino all’indomani mattina, per prendere la corriera per Acri. Sentii il suo ne d’una ciaramella e d’una zampogna: suonavano la pastorale. Andai a vedere.

Accanto a un fuoco, acceso sulla piazza c’era gente. Erano i “carrozzieri”: ‘i conducenti delle carrozzelle tirate dai cavalli. Bevevano, mangiavano, cantavano i canti popolari del Natale, accompagnati dal suono dei detti strumenti. Mi avvicinai.

Un anziano carrozziere mi chiese: – Milita’ dove vai? -. – Ad Acri -, risposi. – Ci vuole domani mattina. Resta con noi, ci facciamo un bicchiere e prendiamo un boccone -.

Rimasi là rifocillato e consolato da quei signori. Mi sembrava strano, invece di andare nelle loro case bivaccavano insieme agli zampognari. Mi diedero una delle loro coperte e mi appisolai un po’, stanco e cullato da quel suono e dal vino, che conciliavano il sonno.

Al mattino un “carrozziere” mi disse: – Andiamo, se no perdi l’autobus -. Mi accompagnò. Volevo pagarlo; mi disse: – Grazie delle compagnia… -. Mi strinse la mano e andò via.

Natale è la festa dei ricordi!

Giuseppe Abbruzzo

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