Pensieri sparsi su un presente statico e immobile
Per la prima volta, davanti alla tastiera, non riusciamo a trovare le parole, nessun incipit ci pare adeguato. Ci ritorna in mente un nostro compagno di scuola. Tutte le volte che c’era compito in classe di Italiano, era un dramma.
Tormentava chiunque, dal compagno di banco, ai malcapitati vicini, che stavano dietro o davanti a lui. La richiesta era sempre la stessa: “dammi un pensiero, per favore”. L’elaborato finiva per essere una macedonia dei vari pensieri presi in prestito e mal cuciti in un foglio, peraltro, spesso macchiato dal sudore che l’impresa titanica gli provocava.
Il risultato era immancabilmente lo stesso e l’unica volta che arrivò la sufficienza furono urla e salti di gioia. Oggi ci troviamo comodi nei panni dl nostro compagno. Non ci viene un pensiero che sia uno e non per mancanza di argomenti. Paradossalmente è proprio la ridondanza di eventi che ci immobilizza. Tante le cose da dire e poco entusiasmo nell’affrontarle per via di una sensazione angosciante. E’ come se fosse tutto già deciso e che tutto fosse immodificabile.
A che pro, dunque, parlare, argomentare, insistere? Sul versante interno, l’astensionismo la fa da padrone e il partito della premier continua a godere della fiducia del 30% di coloro che votano (ossia il 40% degli aventi diritto, dunque il 15% dell’elettorato). Il PD non sfonda.
Il M5stelle non riesce ad uscire dal dualismo tra partito di lotta autonoma o di governo all’interno di una coalizione composita. Il cosiddetto centro è un ectoplasma così informe e poco rappresentativo da risultare ondivago e fuorviante. Né l’esito delle recenti regionali in Puglia e Campania, per quanto importante, potrà mai assumere una valenza e un significato generale. Sul piano internazionale, dopo la pax romana in Medio oriente, sul versante ucraino-russo, si registra il totale fallimento di un’Europa che ha contribuito con cospicue finanze – e conseguente salasso per i cittadini – alla prosecuzione di un conflitto il cui esito era segnato e la cui perseveranza nel resistere ha prodotto solo perdite di vite umane e ulteriore erosione di territori, oggi difficili da riconquistare.
Di fronte a questo fallimento, assistiamo ancora al tentativo di continuare ad armare l’Ucraina in una lotta impari. L’Europa non conta nulla e nei processi decisionali non ha avuto e non avrà ruolo alcuno.
Ne avrà sul piano economico, nel sostenere e far pagare ai cittadini il costo della guerra prima e della ricostruzione dopo. Il piani di pace proposto da Trump è, di fatto, una capitolazione elegante per l’Ucraina. Dopo 4 anni di conflitto, ci si trova oggi a negoziare una pace con la Russia in condizioni di netta inferiorità, con buona pace dei “volenterosi”, che ancora oggi fomentato e gettano benzina su un fuoco che forse poteva essere spento molto tempo fa e con minori danni . In buona sostanza oggi, dinanzi a una realtà che appare pietrificata, non resta che riconoscere quanto gli eventi recenti impongano una sospensione del passo e del pensiero. Finché non si aprirà uno spiraglio, il nostro sguardo sugli eventi attuali rimarrà fermo nello stesso punto, in attesa di un movimento, di uno spiraglio di luce che ancora non si intravvede. Così, in questa quiete che non è pace ma stallo, gli accadimenti recenti finiscono per trattenere anche la penna. Rimane solo il silenzio vigile di chi osserva.
Massimo Conocchia















