San Nicola nella tradizione acritana
Il culto di San Nicola era molto sentito e praticato in Acri dove, nei secoli passato, gli si dedicarono ben sette chiese.
Ora ne rimangono solo due: S. Nicola di Mira, comunemente detta S. Nicola del Castello, e S. Nicola di Belvedere, nel rione Casalicchio.
Quest’ultima faceva parte di un complesso monastico, posto fuori le mura, dove si ricoveravano gli abitanti, che ritardavano il rientro fra le mura della città e trovavano le porte chiuse.
Casalicchio era il piccolo casale fuori le mura.
Nell’antichità il monastero era denominato: San Nicolò in campo e dipendeva dall’Abbazia di Monreale, presso Palermo.
Ora le due chiese sono chiuse e solo di tanto in tanto si aprono al culto. Una volta, invece, avevano la prima l’arciprete, essendo, appunto, arcipretura, la seconda il parroco.
La festa di S. Nicola era attesa dai massari, perché questo Santo, non se ne capisce bene il perché, era venerato dai massari e dalla gerarchia dei pastori.
Nicola, d’altra parte, era detto da questi, il lupo.
Non meraviglierà perciò chi legge fra gli articoli de Il Bruzio di Padula il canto popolare dove la moglie del pescatore, la cui famiglia versava in estrema povertà, si rivolge al Santo, perché faccia annegare in mare il marito, per poter sposare un massaro. Questi le avrebbe consentita una vita agiata, dato che una sola gamba del massaro, aveva più valore d’una barca con trecento remi:
Parti lu marinàru e va ppe’ mari
e lassa menza cinquina alla muglièra:
– Mugliera mia, accattatìcci pani,
‘nzigna chi vaju e biegnu de Missìna -.
– Santa Nicoda mia, fall’annicàri,
cà ‘u’ mi ni curu ca riestu cattìva,
cà a quantu va’ ‘na scianca de massàru,
‘u’ ba ‘na varca ccu’ tricientu rimi! –
La miseria faceva sognare un avvenire migliore, anche se era necessario augurare la morte del marito marinaio, perciò indigente.
Il massaro – che aveva a cuore la salute della sua mandria e dei buoi, che costituivano una forza lavoro non indifferente e necessaria -, devoto com’era al Santo, faceva preparare alla moglie una grossa quantità di “panicìelli” (panini) di farina di grano.
Si portavano in chiesa in una grossa cesta, coperta da una tovaglietta bianca di bucato, che la copriva.
Una folta schiera di ragazzi scalzi, affamati aspettava ansiosa, davanti al sagrato, il lancio di un certo numero di “panicielli” benedetti dal prete. A loro, più che la benedizione, interessava solo cercare di sedare l’eterna fame, afferrandone qualcuno al volo.
Quei panicìelli erano una vera benedizione, per chi riusciva ad afferrarli!
Una parte di quei panini il massaro lo dava in pasto ai suoi animali, nella certezza che quel cibo benedetto li avesse preservati da mali e magie varie.
Chi massaro non era confezionava un numero più limitato di quei panini da benedire e portare, così, la benedizione in casa, ché ce n’era tanto bisogno.
– Màngiati ‘u panicìellu, ch’è benadìttu – diceva la madre al figlio – deccussì Santa Nicoda ti guarda de ugne malu periculu! -.
Ora tutto è nel ricordo degli anziani e le scene descritte, per più versi, per fortuna, suonano anacronistiche.
Giuseppe Abbruzzo














