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Sai chi zompa? Chi sape zompà

Negli anni 50 del secolo scorso gli autobus, provenienti da Cosenza e dai paesi vicini si fermavano, ad Acri, in Piazza Marconi, nota, comunemente, come Piazza dei frutti.

La vita si svolgeva in quei luoghi e il bar, gestito da Ferraro, era un punto d’incontro e di riferimento.

Nel settembre del 1959, sulla vetrina che dava su Via Padula, fu attaccato un frammento di giornale, nel quale erano apparsi i seguenti versi di Eduardo De Filippo:

‘O Zumpo

‘Ncopp’ ‘a luna?

Gnorzì, ‘ncopp’ ‘a luna.

Uno zumpo e ce simmo arrivate.

E sto zumpo chi l’ha fatto?

Guardate…

Sai chi zompa?

Chi sape zompà.

Nun ce vonno ricchezze

Gnornò.

‘E denari so troppe pesante.

Quanno zumpe ch’ ‘e sacche vacante

Vai liggiero…

E perciò può zumpà.

Erano i tempi della guerra fredda; della rivalità USA URSS. L’America aveva fatti molti tentativi, per fare alzare un razzo, che, invariabilmente, non riusciva a staccarsi da terra.

In quel settembre 1959 la Russia, invece, non solo aveva fatto spiccare il volo ai razzi, ma aveva lanciato Lunik II sulla luna. Immaginabile l’entusiasmo degli iscritti al PCI. In campo locale i commenti, le prese in giro e quant’altro non sono immaginabili ai tempi nostri. Allora le contrapposizioni erano accese e vive e si manifestavano in forme varie e diverse, non escluso il sarcasmo, l’ironia ecc.

L’Unità, giornale di partito, titolò “Un razzo vola guidato dall’URSS sulla luna”, dando ampi spazio alla notizia. Su quel numero videro la luce i versi di De Filippo, ora dimenticati, ma allora fecero fermare davanti alla vetrina del bar Ferraro non pochi, che divertiti li commentavano.

Quel “Sai chi zompa? / chi sape zompà” divenne proverbiale. Da quel momento fu usato non solo a commento di quanto riportato, ma anche riferito, ammiccando, a commento di quanti non riuscivano ad eccellere in quanto lo facevano altri.

Ora nessuno ricorda quegli avvenimenti, quei tempi e nessuno più sottolinea con quei due versi le decantate autoimprese di quelle mosche di Fedro che, per avere il capo infarinato, ritengono di essere il mugnaio.

Giuseppe Abbruzzo

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