Coerenza e coraggio in una lontana sera del 1990

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Autunno 1990, sezione del P.C.I. di via Anna Frank ad Acri. La sala è gremita, si discute animatamente. Tanti volti poco avvezzi alle riunioni, alla dialettica;  volti solcati dall’età, precocemente invecchiati dal sole cocente che ha battuto sui loro volti per tempo, decretandone una precoce senescenza.

Molti di loro non avevano più di 60 anni anagraficamente ma ne dimostravano 80 e più. Le loro mani, piene di crepe, inaridite e deformate dall’artrite raccontavano, per proprio conto, di una vita dura, vissuta al di fuori degli uffici o dalle scrivanie. Loro la falce e il martello la usavano quotidianamente. Si discuteva della svolta della “Bolognina”, se seguire il “compagno” Occhetto o dire di no alla dissoluzione del Partito Comunista. In alcuni momenti, che precedettero il voto per chiamata nominale degli iscritti, la tensione era palpabile e, in un paio di casi, si era quasi sfiorata la rissa tra opposte fazioni/posizioni.

Era difficile spiegare a chi aveva visto in quella bandiera rossa un simbolo di riscatto e di libertà che, improvvisamente, bisognava mutare pensiero, diventare “socialdemocratici”, termine che, per molti di  loro, suonava come un insulto. Noi, allora poco più che vent’enni, convintamente schierati dalla parte del “no”, mentre nostro fratello – allora segretario del P.C.I. di Acri –  era schierato per il sì.

Giuseppe Abbruzzo, allora Consigliere provinciale, era anch’egli schierato per il no e si sarebbe costituito come indipendente in seno al Consiglio, senza aderire, poi, a Rifondazione. Comincia la chiama: i “no” sono tantissimi e tutti appartenenti a una certa generazione, quella dei nati negli anni Venti, che avevano sperimentato i soprusi e le privazioni del ventennio e a cui era praticamente impossibile far passare il concetto che “fascismo” e  “comunismo” erano divenuti improvvisamente, secondo un’errata accezione, sinonimi:  per loro, NO! e neanche per noi, senza disconoscere i limiti e le degenerazioni  di quella ideologia, specie nei Paesi del cosiddetto “socialismo” reale.

La nostra opposizione era al tentativo di buttare via con l’acqua sporca anche il bambino. Il fallimento sacrosanto dei regimi totalitari comunisti non doveva comportare, a nostro modo di vedere, rinnegare anche il tanto di buono che, in Italia, quel grande partito di massa aveva contribuito a realizzare in termini di diritti e uguaglianza, Per chi quella sera si opponeva, “falce e martello” erano sinonimo di riconquista di libertà e di diritti per troppo tempo negati.

Nulla sapevano e nemmeno gli sarebbe importato di ciò che di terribile accadeva, in nome di quella ideologia,  al di fuori del loro contesto. Per loro significava lotta ai padroni e alle loro pretese. Il nostro “no” era ammantato di motivazioni più teoretiche ma condivideva, di fatto, le stesse ragioni. A distanza di quasi quarant’anni, possiamo dire che, ritornassimo indietro, riaffermeremmo il nostro “no”, che alla luce degli anni, si è decantato, spogliato di quelle motivazioni ideologiche e passionali, tipiche degli anni verdi, per assumere una connotazione matura, che, ben lungi dal rappresentare un inutile attaccamento nostalgico a ciò che non poteva più essere,  ridiventa oggi opposizione consapevole a ciò che sarebbe poi nato dalle ceneri di quel grande partito di massa.

Un’emulsione di acqua e olio, il tentativo impossibile di mettere insieme ex comunisti ed ex democristiani, cioè ex anticomunisti ed ex antidemocristiani per dar vita ad un soggetto politico dalle multiformi anime e tensioni, che, ben lungi dal rappresentare una ricchezza, si è rivelato un freno ad ogni  azione incisiva, proprio per la coesistenza di forze diverse, che, fino a quando condividevano un avversario comune – il berlusconismo e la sua visione del mondo – sono stati capaci di costruire dei cartelli elettorali in grado di vincere le elezioni ma che si sono rivelate, poi, molto più fragili quando si è trattato di tradurre quel consenso multiforme in azione di governo

Il coraggioso tentativo di Achille Occhetto era genuino nelle intenzioni ma esponeva al rischio concreto di svendere un’identità, che in qualche modo andava preservata. La domanda che oggi bisognerebbe porsi è: è rimato qualcosa di quella ideologia? C’è ancora bisogno, nel terzo millennio, nell’epoca delle disillusioni e dell’individualismo di un’ideologia che, rapportata ai tempi e alla storia, riproponga il tema dei diritti dei più deboli, che ripudi la guerra e i nazionalismi esasperati? Che veda nella Costituzione il proprio faro?

Riteniamo di sì e ci illudiamo che una piccola fiammella residua delle speranze e delle idealità di quei contadini che quella sera d’autunno di 35 anni fa urlavano, con le lacrime aglio occhi, a squarciagola il loro disagio e la loro disperazione possa resistere per dare un senso a molte battaglie, a lotte portate avanti con passione e con la voglia di ristabilire un equilibrio sociale a cui si è cercato di tendere senza mai riuscire pienamente a realizzare e di cui, oggi più che mai, c’è un disperato bisogno.

Massimo Conocchia

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