Salviamo il dialetto!

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Salviamo il dialetto, ché è l’identità d’una comunità, il patrimonio culturale, nel quale autori di non scarso rilievo hanno composto autentici capolavori.

La lenta agonia di questa lingua è stata causata da pseudo-insegnanti, che hanno ingenerato nei genitori che, il parlare in dialetto avresse causato il non sapersi esprimere oralmente e per iscritto nell’italiano.

Niente di più falso. In un convegno pedagogico-didattico, in tempi ormai lontani, feci rilevare che quanto si affermava era una falsità. Sfidai i detrattori suddetti a sottoporsi a una prova con me, che ho parlato non solo il mio dialetto di origine, ma anche qualche altro dove la sorte mi aveva portato, per constatare chi si esprimesse meglio nella lingua nazionale.

La tesi sostenuta da costoro porterebbe a far dire: – Non bisogna studiare le lingue, se no non si saprà esprimersi in italiano -. Ovviamente questo è falso.

Il dialetto è una lingua con la sua fonetica, non quella percepita “ad orecchio”, ma con la sua grammatica, con la sua sintassi ecc, ecc. Questo perché una cosa è l’essere parlanti altra essere studiosi della lingua-dialetto.

Il dialetto acritano è una lingua neolatina, ossia deriva dal latino parlato.

Nel nostro dialetto, i saggi antenati ci hanno tramandato che se si vuole conoscere la figlia bisogna conoscere la madre e lo dicevano con una delle tante espressioni-sentenze tipiche: Duvu zumpa la crapa, sata la crapetta! (Dove salta la capra, salta la capretta! = La figlia fa ciò che ha fatto e fa la madre).

Togliere la lingua a una comunità significa annientarla. L’avevano capito bene i Romani, che imponevano ai popoli conquistati la loro lingua, perché, così facendo, cancellavano l’identità dei conquestati e imponevano quella dell’usurpatore.

A sostegno dell’importanza del dialetto – la dico da maestro elementare quale sono stato -, aiuta a superare le tante difficoltà della lingua italiana, che incontravano gli alunni. Ad esempio, era la distinzione fra quanto (quantità) e quando (tempo). Servendomi del dialetto nessuno di loro sbagliava: capivano che quando era uguale a quannu e quantu a quanto. Potrei continuare.

Vorrei far capire ai pseudo-insegnanti che, quel dialetto così bistrattato e fatto impoverire dalla loro azione, avrebbe risolto la questione dell’uso corretto del congiuntivo e quindi quella che, con bella espressione, i dotti come loro dicono: consecutio temporum.

Nel vecchio dialetto questa era usata correttamente. Si diceva, infatti, ad esempio: – Si ci fussi ci venèrra = Se vi fossi vi verrei. Ebbene, per la loro fantastica battaglia al dialetto oggi si dice, in forma scorretta: – Si ci fissi ci venissi -. Com’è evidente si adopera solo il congiuntivo e nell’esprimersi in italiano, tanti ripetono lo stesso errore.

Si potrebbe continuare a lungo, ma non è argomento da affrontare minutamente in una nota quale questa.

Salviamo il dialetto, studiandolo e scoprendono le regole non da orecchianti, ma da studiosi attenti e scopriremo che la lingua materna è tale al pari delle altre. Essa ha un pregio maggiore, per le sue preziosità tipiche. Il dialetto acritano è ricco di espressioni a volte traducibili solo con lunghe perifrasi.

Va detto, inoltre, che Autori di non poco conto hanno prediletto il dialetto, per dar vita ad autentici capolavori. La Notte di Natale del Padula è la più nota, ma vi sono i versi, ignorati dai più, di Vincenzo Molinari, per non dire della vasta produzione di Salvatore Scervini.

Tanti continueranno a vituperare e debellare la lingua materna, tanti consiglieranno ai genitori di bandirla dalla bocca dei loro pargoli, ma non capiscono il danno che fanno.

Il sottoscritto e pochi altri continueremo ad amare il dialetto e ad esprimerci, oralmente e per iscritto, quando necessario, come in questo caso, nella lingua nazionale.

Giuseppe Abbruzzo

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