Le “modiche mazzette” ……

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Pensavamo di averne viste e sentite di ogni genere, eppure l’allegra squadra di governo non smette di stupire. Qualche sera addietro eravamo distesi sul divano con le palpebre socchiuse pronti a cedere a Morfeo, favoriti in buona parte dalle proposte televisive sempre meno allettanti, tra tele Meloni e l’omologo biscione. All’improvviso, incautamente, la rete ammiraglia trasmette una dichiarazione del ministro Nordio che ci ha fatto letteralmente sobbalzare.

Con piglio deciso, il Guardasigilli è riuscito a dipanare un ragionamento, il cui senso è sostanzialmente il seguente: se per l’uso di sostanze stupefacenti, esiste la modica quantità, non punibile, non  si ritiene di dire una bestemmia se anche per le tangenti si arrivasse a  usare lo stesso principio. A prescindere dall’assurdità della cosa, questa dichiarazione contiene in sé alcune bestialità che balzano anche agli occhi inesperti di chi, come noi, è del tutto asciutto di questioni legali.

Nel nostro ordinamento, l’entità della pena è stabilità da un giudice che la valuta sulla base della gravità del reato. A reato piccolo, dunque, dovrebbe corrispondere minima pena o sanzione. Stabilire l’impunibilità del funzionario che si fa corrompere e richiede o accetta una tangente “minima” per una determinata procedura è non solo ingiusto ma rischia di fomentare il fenomeno corruttivo. Sarebbe – ha mirabilmente argomentato Marco Travaglio su Il fatto quotidiano – come non punire un ladro perché, introdotto in casa nostra, si limita a rubare qualche suppellettile o pezzo d’argenteria non forzando la cassaforte o, peggio, non perseguire un funzionario di banca perché quotidianamente porta via illecitamente solo cento euro al giorno dalle casse.

Con la solita ironia, il direttore de “Il Fatto” si spinge provocatoriamente a chiedersi se anche lo stupratore che non porta a termine l’atto sia, per analogia, non punibile. Il governo delle destre, non pago dello schiaffo ricevuto dal recente Referendum, continua a perseguire una linea di impunibilità rivolta essenzialmente ai colletti bianchi. Depenalizzazione dell’abuso d’ufficio – per il quale l’Italia è stata richiamata dall’Europa -, tentativo fallito di ricondurre i giudici sotto il potere politico, tentativo di depenalizzazione della corruzione “leggera”, sono tutti epifenomeni che si riconducono a un comune denominatore, insofferenza verso qualsiasi forma di controllo o richiamo a responsabilità.

Chi vince le elezioni, secondo questi signori, non deve rispondere a nessuno, eccetto agli elettori a fine mandato. Un concetto che non trova corrispettivi in nessuna democrazia, dove – dalla Germania, alla Francia (che ha messo in galera un ex Presidente della Repubblica), al Regno Unito, alla Spagna (che ha allontanato il monarca che aveva ricondotto il Paese nell’alveo della democrazia dopo il regime franchista) –  il controllo su chi gestisce la cosa pubblica è semmai più stretto che da noi. Il nostro Presidente del Consiglio ha più volte pubblicamente manifestato insofferenza nei confronti dei giudici, interpretando come azione di “elementi politicizzati” ogni iniziativa della magistratura verso chi governa.

Persino dopo la scandalosa fuga garantita al torturatore libico – con volo di Stato – Giorgia Meloni ha attaccato il giudice che si era apprestato, com’era suo dovere,  a iscrivere componenti del Governo nel registro degli indagati. Un clima di insofferenza che ha finito per svegliare dal torpore milioni di italiani che il 23 di marzo si sono apprestati a ribadire con il loro no il principio sacrosanto che la legge deve essere uguale per tutti. 

Massimo Conocchia

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