Classifiche
L’Italia tiene mentre la media internazionale arretra. Ma dietro i numeri c’è una trasformazione più profonda e il digitale potrebbe esserne una parte, non l’unica spiegazione. C’è un modo piuttosto semplice per leggere i risultati PISA 2025: guardare la classifica e cercare qualcosa di cui compiacersi o di cui preoccuparsi. Ma questo è anche il modo meno interessante.
PISA (Programme for International Student Assessment) è l’indagine internazionale promossa dall’OCSE che, dal 2000, misura con cadenza triennale le competenze degli studenti quindicenni in lettura, matematica e scienze. Non è un esame scolastico e non valuta la semplice conoscenza dei programmi: cerca di capire quanto gli studenti sappiano utilizzare ciò che hanno imparato per comprendere, ragionare e risolvere problemi della vita reale. L’edizione 2025, i cui primi risultati sono stati pubblicati l’8 settembre 2026, è stata la più ampia mai realizzata: hanno partecipato circa 760.000 studenti di 91 Paesi ed economie,rappresentativi di circa 36 milioni di quindicenni. La rilevazione ha avuto come dominio principale le scienze, affiancate da matematica e lettura, e ha introdotto anche una nuova valutazione delle capacità di problem solving computazionale e dell’apprendimento nel mondo digitale. Un aspetto importante è che PISA non fotografa soltanto i risultati dei test: attraverso questionari rivolti a studenti e scuole raccoglie anche informazioni sulle condizioni socioeconomiche, le esperienze scolastiche, le motivazioni e le abitudini di apprendimento. Per questo i suoi dati permettono di osservare non solo quanto apprendono gli studenti, ma anche alcuni dei fattori associati alle differenze negli apprendimenti
Il dato davvero rilevante dell’ultima edizione è che in molti sistemi educativi i risultati degli studenti quindicenni sembranopeggiorare, soprattutto in lettura e matematica. Nell’area OCSE, tra il 2015 e il 2025, il punteggio medio è diminuito di 28 punti in lettura e di 22 in matematica. In scienze la situazione è più stabile rispetto al 2022, ma dopo un precedente periodo di declino. Il Covid c’entra? Probabilmente sì. Ma non basta a spiegare il fenomeno. Il deterioramento, soprattutto nella lettura, era infatti già cominciato prima della pandemia. E Paesi con esperienze pandemiche molto diverse hanno mostrato, almeno in parte, traiettorie simili. Anche l’Italia va osservata con attenzione. Nel 2025 i nostri studenti si collocano sopra la media OCSE in lettura e intorno alla media in matematica e scienze. Rispetto al 2022, tuttavia, i risultati sono sostanzialmente stabili, mentre la media internazionale è arretrata. E se allarghiamo lo sguardo al decennio 2015-2025, emergono perdite significative, soprattutto in matematica. Insomma: stare sopra una media che scende non significa necessariamente essere migliorati.
Ma cosa sta succedendo? Le spiegazioni possibili sono molte: disuguaglianze sociali, condizioni familiari più fragili, assenteismo, difficoltà nel clima di classe, carenza di insegnanti. C’è però un altro elemento che merita di essere preso sul serio: la trasformazione delle pratiche di attenzione, lettura e studio. PISA 2025 offre qualche indizio interessante. È aumentata la frequenza di risposte rapide e sbagliate e risultano particolarmente problematici i compiti che richiedono di affrontare testi lunghi e complessi o di mantenere l’impegno fino alla parte finale della prova. È difficile non chiedersi se, insieme alle conoscenze, non si stia indebolendo anche la capacità di mobilitarle mantenendo concentrazione e perseveranza.
Ed eccoci al famigerato digitale. Qui, però, bisogna evitare il riflesso condizionato: risultati peggiori, più smartphone, dunque smartphone causa dei risultati peggiori. Non funziona così. PISA non dimostra che il digitale sia la causa del declino degli apprendimenti. Mostra però qualcosa che sarebbe altrettanto imprudente ignorare: la distrazione provocata dai dispositivi digitali durante le lezioni è associata a risultati inferiori, mentre un uso moderato e finalizzato all’apprendimento può essere associato a risultati migliori. In Italia, il 37% degli studenti riferisce che i compagni sono distratti dai dispositivi digitali durante la maggior parte o tutte le lezioni di scienze.
Anche la ricerca scientifica più recente sta accumulando indizi sulle possibili conseguenze di alcune forme di esposizione digitale, soprattutto quando sono caratterizzate da uso problematico, multitasking, gratificazione immediata e consumo frammentario dei contenuti. Una recente ricerca pubblicata su Nature Human Behaviour, per esempio, ha rilevato un’associazione tra accesso precoce ai social media e risultati peggiori in alcuni test standardizzati. È un risultato da considerare, non una spiegazione definitiva del fenomeno PISA. Il punto, allora, non è stabilire se “il digitale fa bene” o “il digitale fa male”. È una domanda poco interessante e poco rilevante. La domanda interessante è: che cosa facciamo con il digitale e che cosa, facendolo, smettiamo di fare?
Se uno smartphone interrompe continuamente la lettura, il problema non è lo smartphone in astratto: è ciò che quella pratica sostituisce. Se una piattaforma didattica aiuta a comprendere un concetto difficile, il discorso cambia. Se però l’uso digitale frammenta l’attenzione, sottrae tempo al sonno, allo studio concentrato o alla lettura prolungata, non possiamo limitarci a contare le ore davanti allo schermo.
Prima degli slogan servono dunque ricerca e prudenza. Non dobbiamo demonizzare ogni tecnologia, ma nemmeno adottare automaticamente ogni innovazione soltanto perché è nuova. Forse la sfida educativa dei prossimi anni sarà proprio questa: non insegnare soltanto ai ragazzi a usare meglio la tecnologia, ma decidere consapevolmente quando è meglio non usarla. Perché il problema, alla fine, potrebbe non essere lo schermo. Potrebbe essere tutto ciò che lo schermo ci impedisce di fare mentre lo guardiamo.
Assunta Viteritti














