Acri e la storica vocazione alla lotta per i diritti…ormai sopita

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Riguardando tra vecchie foto, ci è ricapitata tra le mani una del 1965, riferita alla cerimonia per la posa della prima pietra dell’ospedale di Acri: presenti, tra gli altri, oltre alle autorità locali – tra cui il sindaco di allora, Fortunato Pirillo e vari assessori come Giuseppe Abbruzzo, allora 28enne giovane assessore al bilancio -, il senatore Francesco Spezzano, il ministro dei Lavori pubblici, on.le Giacomo Mancini, il prefetto e altri.

Quella foto ci ha fatto venire in mente come le lotte e le rivendicazioni, specie tra gli anni 60 e 80 del Novecento, portavano i loro frutti e Acri in quel ventennio ottenne numerose conquiste. Ricordiamo, tra gli altri,  il Salumificio, lo stesso ospedale che aprirà i battenti nel 1978. Un pullulare di enti e uffici, che rendevano il centro presilano un punto di rifermento anche per i paesi e le realtà viciniori. Il cooperativismo divenne un fenomeno diffuso e con esso di diffusero abitazioni a pressi accessibili e lavoro per molti.

Tutte quelle realizzazioni non piovvero dal cielo ma furono la risultanza di manifestazioni,  proteste partecipate. Ricordiamo nitidamente a fine anni ’70 le decine di pullman che partirono da Acri alla volta dell’Assessorato regionale all’agricoltura per sollecitare l’apertura del salumificio. A tal proposito, ci piace riportare un aneddoto che l’allora Sindaco, Angelo Rocco, alla testa delle proteste, ci raccontò. Giunti alle sede dell’assessorato, il direttore generale dello stesso fu braccato dai partecipanti mentre consegnava un biglietto all’uscere.

Nella errata convinzione dei manifestanti che si trattasse di un messaggio per allertare le forze dell’ordine, il biglietto fu intercettato e letto pubblicamente. Non si trattava di un imput a chiamare la polizia ma di un messaggio di rassicurazione per la famiglia. All’arrivo di quella marea umana da Acri, la TV si era fiondata nella sede dell’assessorato. Il funzionario, temendo che la moglie si preoccupasse, aveva scritto nel biglietto: “avvertite la mia famiglia che non c’è nessun pericolo”. Questo episodio da l’idea di quanta gente si fosse mossa per protestare. Da quella ed altre manifestazioni si ottenne l’agognata apertura del salumificio e altre realizzazioni importanti.

Le istituzioni, ben lungi da invitare alla calma e sedare ogni tentativo di organizzazione e protesta – come avverrà, purtroppo, qualche decennio dopo – si misero alla testa delle proteste e solidarizzarono con i manifestanti. I partiti di allora erano fatti di militanti e gente che credeva in chi li rappresentava. I sindacati erano organismi autonomi ma in grado di interloquire e fare fronte comune con i partiti in nome di un interesse collettivo.

Ripensare a quegli anni oggi e constatare lo stato di torpore e apatia che caratterizza una popolazione disillusa e per nulla incline a protestare, lo confessiamo, ci induce una certa tristezza. Oggi non si protesta, ci si allontana e con i giovani, spesso, vanno via la famiglie, con il risultato che la città si spopola. Per troppo tempo si è pensato che i diritti faticosamente acquisiti, fossero cristallizzati e dati per sempre. Il tempo si è incaricato di farci prendere tristemente contezza che così non era. Le conquiste sono come delle piante, rigogliose se difese e accudite, diversamente o periscono o crescono in maniera disordinata e  anarchica. Le classi dirigenti successive sono state composite, con alcuni elementi di spicco e di valore, in mezzo ad altri decisamente diversi.

Chi volesse fare una rapida verifica, potrebbe dilettarsi a vedere in anni non recentissimi come alcune conquiste sono state tolte o fortemente ridimensionate, paradossalmente proprio quando si supponeva che Acri contasse di più politicamente. Tutto questo, al di là di ogni partigianeria, è storia e, in quanto tale, non può essere smentita.

Massimo Conocchia

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