Se vota un italiano su dieci

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L’indicatore che più d’ogni altro pesa sulle elezioni suppletive che si sono tenute a Reggio Calabria domenica 27 e lunedì 28 settembre è quello dell’affluenza, più ancora del risultato consegnato dalle urne: l’elezione alla Camera di Fabio Roscioli, candidato del centrodestra in quota Forza Italia.

L’affluenza è stata, infatti, particolarmente bassa. Si potrebbe sostenere, comunque, che le elezioni suppletive, convocate per assegnare un seggio parlamentare rimasto vacante, abbiano una minore capacità di attrarre al voto rispetto alle elezioni politiche o alle elezioni comunali e regionali nello stesso territorio e che, pertanto, questo basterebbe a spiegare la minore affluenza alle urne.

Non è possibile, però, archiviare il tema in queste poche battute, perché il dato di Reggio Calabria è solo lo spunto per considerazioni necessariamente più generali.

Soffermiamoci per un momento sui numeri. A Reggio Calabria, alle 12 di domenica, aveva votato il 3,43% degli aventi diritto: nelle tre sezioni del comune di Africo solo l’1,81%, a Reggio Calabria poco più del 4%, a San Luca addirittura lo 0,51%. Alle 23 di domenica, nel collegio aveva votato meno del 15% degli aventi diritto. Infine, alla chiusura dei seggi, lunedì pomeriggio, nel collegio aveva votato complessivamente il 22,34% degli aventi diritto al voto: dal 10,75% di Africo al 28,52% della città di Reggio Calabria, fino al dato più alto di Sant’Alessio in Aspromonte (38,24%).

Questa la situazione. È vero, come si è detto, che le suppletive in genere attraggono meno al voto rispetto alle altre elezioni (alle ultime elezioni politiche, ad esempio, ad Africo, dove ora ha votato poco più del 10%, aveva votato il 32,13%; nel collegio di Reggio, complessivamente, i votanti erano stati 145.815 su 295.188 elettori: il 49,40%; alle ultime regionali, quelle del 2025, ad Africo avevano votato 1.002 persone su 2.220 elettori: il 45,14%).

A partire da questi numeri, occorre chiedersi, allora, se il dato particolarmente basso dell’affluenza sia determinato dal fatto che si trattasse di un’elezione suppletiva o racconti qualcosa di più generale sulla partecipazione al voto.

La risposta, per quanto ovvia, è la seconda.

È vero che il voto alle elezioni regionali, comunali e politiche è più caldeggiato e spinto: ci sono i candidati locali, gli interessi del territorio, una maggiore capacità di mobilitazione. Nelle suppletive, che avvengono a bocce ferme, tutto questo si attenua: l’elezione appare lontana, quasi estranea, e viene meno quella spinta che porta le persone alle urne. Manca la capacità di mobilitare, oppure manca semplicemente la voglia di farlo.

Ma allora, di riflesso, si potrebbe dire che è persino peggio: proprio quando il voto è più libero, la partecipazione diminuisce. Proprio quando viene meno tutto ciò che normalmente spinge le persone alle urne, emerge con maggiore chiarezza la reale propensione a partecipare.

Ed è proprio sull’astensionismo che vale la pena soffermarsi. Qualche anno fa, nel 2022, una commissione di esperti nominata dal ministro per i Rapporti con il Parlamento presentò il “Libro Bianco dell’Astensionismo”, proprio per analizzare le ragioni e le caratteristiche del fenomeno. Si distingueva tra astensionismo reale e apparente, tra astensionismo volontario e involontario, e si prospettavano possibili soluzioni per invertire, o almeno tentare di invertire, la rotta.

Nel caso di Reggio sembra esserci un mix di fattori. C’è un astensionismo apparente, quello di persone che vivono stabilmente all’estero o in altri luoghi d’Italia e mantengono un legame labile con la propria città, che certo non le porta a votare (specie a un’elezione suppletiva). Ma c’è anche un astensionismo reale: persone che non vanno alle urne per impossibilità materiale, quando mancano collegamenti e servizi di prossimità, anche banalmente un familiare che possa accompagnarle; persone che non votano per disinteresse, per menefreghismo; oppure per protesta.

Quando va a votare il 10% c’è tutto questo. Ma anche se votasse il 40, il 50 o il 60%, si potrebbe davvero dire che va tutto bene? Probabilmente no.

Nel “Libro Bianco” c’erano possibili soluzioni, poche delle quali sono state implementate. Ma forse manca proprio qualcosa alla base. Se è pur vero che il concetto di democrazia è cambiato, così come quello di partecipazione, e che oggi non tutto passa attraverso il voto, il voto mantiene comunque un ruolo centrale e il fatto che si rechi alle urne un italiano su dieci non può essere considerato una normalità.

Forse, allora, è più importante interrogarsi su questo che chiedersi, ancora una volta e stancamente, chi abbia vinto e chi abbia perso.

Domenico Vigliaturo

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